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Numero 1/1987 PDF Stampa E-mail

SOMMARIO
NOTA DELLA REDAZIONE
LA LEVATRICE Michelangelo Pesce
FOTOGRAFIA SULLA NEVE G.B. Merlo
RITRATTO D'AUTORI Giovanni e Stefano Meriana
BRICIOLE DI CULTURA, CULTURA DELLE BRICIOLE, SOLO BRICIOLE Matteo Pastorino

 

NOTA DELLA REDAZIONE


A partire da questo numero, la terza pagina sarà dedicata agli "Scrittori di casa nostra", con una specie di ricorrente "ritratto d'Autore". La Redazione ritiene giusto, su un giornale che e diretta emanazione di una biblioteca, invitare i lettori de "II Foglio", come tutti forse un poco impigriti dall'imperversare dei programmi televisivi (e quali programmi!) a tornare a leggere. Ricominciare con scrittori che ci sono familiari, forse è più facile. Sarà dato perciò un quadro completo degli scrittori liguri, delle loro opere, delle edizioni delle stesse, dei temi in esse ricorrenti. La rassegna avrà una struttura stabile: un'intervista dalla quale emergano dati biografici, note critiche, tempi di composizione delle opere e quanto potrà interessare il lettore. la scheda biografica e quella bibliografica, la recensione del libro più recente. Il "ritratto d'Autore" di questo numero è dedicato ai due scrittori più vicini alla gente di Tiglieto e della Val d'Orba: Camilla Salvago Raggi e Marcello Venturi.

 

LA LEVATRICE

Michelangelo Pesce

La levatrice è un nome e una figura che, almeno dalle mie parti, lentamente scompare. Ormai poche persone, almeno tra i giovanissimi, sanno chi sia la levatrice. Oggi, che siamo tutti istruiti, coloro che aiutano le gestanti a mettere al mondo i figli, preferiamo chiamarle ostetriche in onore della derivazione latina (obstetrix).
Quando eravamo bambini noi, invece, esisteva solo la levatrice anche se non conoscevamo il significato del nome, ma solo colei che lo portava. Gli adulti non si prestavano alla spiegazione di quell'arcano. Anzi i silenzi imbarazzati ogni volta che si pronunciava quel nome, accrescevano la nostra curiosità e d'altronde i "grandi" non avrebbero mai potuto confessare il loro segreto, se i bambini li portava la cicogna. Nella nostra realtà esisteva una specie di agenzia gestita da palmipedi e trampolieri, che prima custodivano i neonati nel prato delle oche e poi, attraverso le cicogne, li distribuivano a chi, previo pagamento, ne faceva richiesta. Sì, perché i bambini doveva portarli proprio la cicogna, un uccello raro che non si vedeva mai; stava solo sui libri delle favole, sul Corriere dei Piccoli e nella fantasia dei bambini. Solo una volta una cicogna, nella sua marcia di ritorno dai paesi del caldo, ed in cerca di un camino al nord per farvi il nido, s'era fermata stanca o ferita in uno stagno sulle rive dell'Orba. Mio padre, chissà perché, forse per dimostrarmi che in fondo le cicogne esistevano, o più probabilmente per l'eccezionalità dell'avvenimento, dopo averla scoperta mi portò a vederla. La vidi e credetti che mi avesse portato un fratello, e mi arrabbiai, perché un fratellino non lo si abbandona sotto un salice. Non ricordo come, mio padre riuscì a spiegarmi che talvolta le cicogne non portano i bambini, ma evidentemente riuscì ad essere convincente perché tornai ad aspettare il fratellino che doveva essere portato da un'altra cicogna. Non si capiva nemmeno perché, quando un fratello doveva arrivare, in casa c'era un insolito fermento, qualcuno stava male, ti portavano dalla nonna e questa cicogna schizofrenica lasciava il bambino in braccio alla mamma, e via senza farsi vedere. Ingratitudine.
Ma in realtà la cicogna non era passata. Piuttosto era venuta la Tugnetin del Ponte (... che se ne intendeva più del medico - diceva la gente) e il bambino l'aveva fatto nascere lei perché era la levatrice.
Io ebbi la fortuna di conoscere la Tugnetin, o Turella del Ponte, che era la mia vicina di casa e faceva la levatrice. Era una delle poche, e l'unica per molti anni della valle, quando su questa porzione d'Appennino viveva una popolazione pari a quattro volte quella odierna. Andava da Orbicella ad Acquabianca, dalle Garrone a Piancastagna, oltre a Tiglieto. Andava per le tre province d'estate e d'inverno con la neve e col sole, talvolta accompagnata dall'aspirante padre che era venuto a cercarla, ma più spesso da sola con la borsa a bauletto dove metteva la sua attrezzatura. Era un personaggio bellissimo e singolare che più che appartenere ad un'epoca, quest'epoca l'aveva fatta. Era bassa e robusta, un pò tarchiata, quasi rotonda, con una faccia rugosa ed arcigna che la faceva assomigliare ad una maschera del teatro greco. Era la somma di tutto il tempo che aveva vissuto.
Oltre la levatrice, faceva la contadina ed aiutava il marito, che faceva il contadino e il falegname. I loro prati erano i meglio sfalciati ai primi caldi d'estate, i loro campi i più belli sotto il sole d'agosto e la loro vigna la più generosa alla vendemmia d'ottobre.
Ricordo con chiarezza il marito, il Carlin, che soffriva di bruciori allo stomaco e quando il dolore si faceva più lancinante, gridava: - Turella, portime dii laite! ... - senza tralasciare un attimo di sfalciare l'erba sotto casa.
Lei era di carattere forte e volitivo e proprio pareva che in casa i pantaloni li portasse lei, aveva un tono di voce costantemente elevato che l'aiutava ad imporsi tanto al marito quanto ai vicini o al medico, nei rari casi in cui questi assisteva al parto. Sapeva ciò che voleva e ciò che faceva e la sua esperienza ne era la garanzia. Quando prestava i suoi servizi non sempre c'erano i soldi per pagarla; talvolta, dopo avere assistito una gestante anche per diverse giornate, al momento di essere saldata, con quel suo fare che si poteva scambiare per arroganza, diceva al neo padre: "He! ... almenu na butiggia d'ori e duvreiva vagnera! ... -" E allora la si pagava proprio con una bottiglia d'olio, o con la farina, o grano. Anche se, come il marito, campò oltre novant'anni, credo che poche donne e uomini abbiano conosciuto nella nostra valle una vita tanto intensa e faticosa. Talvolta assisteva più gestanti contemporaneamente, anche a diversi chilometri di distanza l'una dall'altra, spostandosi quasi esclusivamente a piedi e sopportando disagi inimmaginabili. Ricordo che, ormai anziana e in pensione, raccontava le storie che erano state avventure vere della sua vita, lei che della sua vita avrebbe potuto scrivere un romanzo. In particolare ripeteva di quella volta quando per la stanchezza si era addormentata per strada, scordandosi al riweglio dove doveva andare. Doveva essere stato di primavera o d'autunno perché i fiumi erano in piena e la Tugnetin doveva curare tré parti contemporaneamente e a molta distanza tra loro. A quei tempi una nascita si protraeva per più giorni, cosi in mancanza del telefono la Tugnetin si spostava continuamente da un paese all'altro senza mai riposare, senza dormire nemmeno poche ore.
Finalmente nacque il primo, ad Orbicella che era il pomeriggio tardo, e la Tugnetin, dopo essersi assicurata che tutto andava per il meglio, prese la sua borsa a bauletto e via per andare dalle altre gestanti, che certamente avrebbero avuto bisogno di lei. Il fiume in piena aveva travolto e spazzato via, il giorno prima, la passerella sull'Orbanina ed ora che il livello delle acque era calato, non le restava che avventurarsi in un guado tanto difficile quanto pericoloso. Ma il coraggio certo non faceva difetto alla Tugnetin, così, giunta sulla sponda del fiume, lanciò con gesto deciso la borsa sulla riva opposta, si sollevò le vesti e giù ad attraversare il fiume. L'acqua la raggelò; sulle pietre viscide scivolò più volte; temette di non rivedere più i figli ne la casa del Ponte; in mezzo al guado l'acqua era più alta, si senti portar via, ma nonostante tutto raggiunse la riva che le stava di fronte. Si sedette un attimo a prender fiato e a godere dello scampato pericolo, quando, per la stanchezza accumulata in giorni e giorni la nostra levatrice si addormentò inconsciamente. E dormi profondamente. Venne la sera, poi la notte ed il mattino. Quando si risvegliò, la Tugnetin disperata non riusciva a capire dove si trovasse, se era mattino oppure sera. Non ricordava da dove era venuta ne dove doveva andare, sapeva di avere assistito un parto, ma non sapeva quali le restavano. Cercò il Signore perché l'aiutasse a trovare il senno, pregò e si incamminò dalla parte opposta da dove era venuta. Quel Signore, al quale lei aveva sempre creduto, l'aveva illuminata.
Questa avventura la Tugnetin l'aveva raccontata anche a Cannila Salvago Raggi che nel suo romanzo "L'ultimo sole sul prato" la riporta fedelmente.
Ora, da tanti anni la Tugnetin non c'è più, e nella mia valle non ci sono più levatrici e quasi nemmeno bambini. Il comune ha voluto dedicare a colei che aiutò a venire al mondo generazioni di Lurbaschi, la strada che porta alla sua casa; - Via Pesce Antonia - Ostetrica.
Solo nella memoria di noi che abbiamo quarant'anni esiste ancora la levatrice, che stava al Ponte e si chiamava Tugnetin.

 


FOTOGRAFIA SULLA NEVE

G.B. Merlo

L'albero della vita
La fotografia qui riprodotta è stata realizzata alcuni anni fa. Quel piccolo bambino oggi va all'Università. Quindi una delle prime fotografie che ho scattato.
Le due piccole figure umane possono rappresentare quanto è minuscolo l'uomo di fronte alla natura, che appare immensa e si identifica nel grande albero e nelle nere nuvole.
Naturalmente una fotografia cosi è abbastanza immediata. Si riesce, cioè, a capire subito. A quasi tutte le persone suscita emozioni e sensazioni. Tutti gli elementi che la compongono sono memorizzati nella nostra mente. Altre fotografie vogliono trasmettere altre cose, altre sensazioni forse non da tutti comprese perché, forse, non da tutti vissute, ma non per questo meno interessanti essendo esse sensazioni o emozioni umane.
La tecnica, in questo caso, risente di un vecchio trucco. L'aggiunta delle nuvole. Infatti, senza quelle nuvole, il ciclo appariva troppo bianco o insignificante, per cui ho ritenuto comporle in camera oscura.
E' semplice; occorrono alcuni negativi di nuvole nel nostro archivio fotografico. Si espone la carta sensibile con il primo negativo (albero e figura), con un pezzo di carta fotografica vecchia si ritaglia una mascherina che copre soltanto la parte impressionata del fotogramma, ossia il terreno; si sostituisce nell'ingranditore, al primo negativo, quello delle nuvole, si riespone per le nuvole muovendo continuamente la mascherina fino al termine dell'esposizione. Si sviluppa normalmente la carta.
Febbraio, 1987
fotografia sulla neve
diG.B. Merlo
La neve. Sì, tralasciamo in questo numero de "II Foglio" quei discorsi su "La mia fotografia" per parlare della "Fotografia" in generale.
L'inverno. Come tutte le stagioni è fotogenico; grafismi, paesaggi, bianchi e neri che si intersecano, si miscelano confondendosi in sfumature di grigi. I rami nudi degli alberi graffiano il ciclo solcandolo con nere ramificazioni.
Più vicino un laghetto grosso come una pozzanghera. La sua acqua ghiacciata forma grandi cristalli di neve e arabeschi fiori di ghiaccio. Più lontano, in alto, dense nuvole, minacciosi nembi, ti ricordano che la neve può scendere ancora.
Ho osato, ma l'ho fatto per pretesto. Quando qualcuno mi ha suggerito di parlare della fotografia sulla neve, non sapevo veramente quale fotografia fornire alla Redazione de "II Foglio". Quindi ho provato ad immaginarla. In questo modo sono riuscito ad avere una base di lavoro. Sì, un' idea forza, che mi introduce in quel tipo di fotografia, forse classicheggiante, ma abbastanza valida come spunto iniziale. Ecco, ciò che importa nella fotografia: avere l'idea, lo spunto, il pretesto, il tema da seguire. Questo, però, non deve essere falso, forzato o commissionato da altri. Non siamo professionisti.
La neve è fotogenica. Infatti pulisce, modella e rinnova il paesaggio agreste e urbano. E' però un soggetto fotografico affascinante, ma non molto facile. Quando fotografiamo la neve al sole, il suo riverbero trae in inganno qualsiasi esposimetro ed anche l'occhio del più esperto fotografo. E' pertanto utile sottoesporre leggermente la pellicola usata. In genere di uno o mezzo diaframma. Fotografando una persona immersa nella neve, dobbiamo rilevare la lettura dell'esposimetro direttamente sul viso del soggetto, indietreggiare e scattare. Ciò significa che sulla neve non esistono compromessi fotografici, ma bisogna scegliere ciò che si vuoi fare risaltare sulla fotografia finale.
Con cielo coperto non abbiamo riverberi sulla neve, ma attenzione, la luminosità è intensa e può ingannarci facilmente. Tutte le macchine fotografiche vanno bene. Le Reflex permettono una più accurata composizione dell'immagine. I filtri da adottare sono il giallo e l'U.V. per le pellicole in b.n., lo Skylight per il colore (salvo variazioni personali).
Le pellicole vanno bene quelle di media sensibilità: 100- 200 asa.
 


RITRATTO D'AUTORI

Giovanni e Stefano Meriana

Camilla Salvago Raggi
Camilla, come sei diventata scrittrice ?
Nasco lontano, ma sulla scena letteraria compaio tardi. Da piccola e da ragazzina, assieme a Beatrice Solinas, di cui ero e sono molto amica, leggevo autori inglesi, soprattutto libri per signorine, non quelli cosiddetti "rosa", ma un filone di narrativa per ragazze di collegio ("schoolgirl stories"), al centro del quale stavano vicende avventurose, con quel tanto di imprevisto e di misterioso che allora mi affascinava molto. Scrivevo poi racconti e romanzi su quadernoni rilegati, come fossero veri e propri libri, con le stesse amiche d'infanzia e di scuola come protagoniste. Li leggevamo soltanto Beatrice ed io ...

Viene il momento in cui ti metti a fare sul serio ...
Sì. Siamo negli anni '50, mi ritiro a vivere a Campale e leggo Pavese. A Campale, attorno a una grossa azienda agricola, in un ambiente allora molto arretrato, nasce l'idea di una serie di racconti, in cui la cultura contadina fa da sfondo, che diventeranno il mio primo libro: "La Notte dei Mascheri". Li mandai a Vittorini il quale mi scrisse: "finalmente ho incontrato una scrittrice". Voleva dire che gli erano piaciuti. Io quella lettera me la sarei messa al collo, incorniciata...
E tuttavia il libro non andò a buon fine: i racconti rimasero nel cassetto. Finalmente ne comparve uno su "Paragone", che era piaciuto ad Anna Banti. Dalla rivista Paragone passò nelle mani di Crovi, amico di Marcelle, che allora lavorava alla Feltrinelli. I racconti gli piacquero e, subito dopo, anche noi ci siamo piaciuti...

Galeotto fu il racconto, dunque.
Sì, perché Marcello ed io ci sposammo ed i racconti videro la luce. Ma oggi li trovo inevitabilmente datati, sia come schema letterario, sia come modo di narrare: non tornerei a pubblicarli, se si dovesse farne una ristampa. I contadini vi sono visti dall'esterno, da un'angolazione populista, perciò falsa.
Salverei solo uno o due racconti: "La padrona giovane" per esempio.

Parliamo allora di "Dopo di me"
Volevo scrivere un romanzo che avesse come tema la storia della mia famiglia, ma c'era di mezzo l'ostinazione della terza persona, dell'oggettività a tutti i costi. Mi venne incontro Lalla Romano, col bellissimo libro "Le parole tra noi leggere", in cui, senza infingimenti e senza pretesti, è scritta una storia reale, vera. Mi sono messa su quella strada, mi sono calata nel racconto in prima persona, accettando solo un piccolo compromesso : quello di cambiare nome a persone e luoghi. "Dopo di me" è il libro dal quale nascono davvero tutti gli altri. Scrivendolo mi sono resa conto che il mio interesse non era centrato sulla famiglia in quanto tale, ma sulla famiglia come fonte inesauribile di notizie, miniera di materiale d'archivio, di storie laterali e collaterali, di realtà non presenti, filtrate attraverso la polvere dei secoli. "Dopo di me" esce nel 1967, in seguito a una elaborazione durata sei anni! Il riconoscimento che apprezzai di più fu quello di Arturo Carlo Jemolo, che nel libro aveva riconosciuto mio nonno senatore e mi scrisse una lettera molto lusinghiera.

E "Paradiso Bugiardo" ?
E' una filiazione di "Dopo di me". Libro poco noto, edito dalla Coines, una piccola casa, priva di distribuzione. Io però gli voglio bene: racconta la mia prima infanzia e le situazioni inerenti la famiglia.

Finalmente "L'ultimo sole sul prato", il libro più bello, più straordinariamente suggestivo.
Ancora una storia di famiglia, sebbene raccontata in modo diverso, con l'aiuto delle immagmi. Il progetto originario era quello di "costruire" un libro tutto giocato sulle fotografìe di Badia, legate assieme da lettere dell'archivio di famiglia.
Ma Spagnol della Longanesi, con cui ne avevo parlato, era di idee diverse. Mi spingeva a scrivere di più, ad attingere ancora alle storie di famiglia, a tagliare la documentazione fotografica e a selezionarla meglio. "L'ultimo sole sul prato" nacque cosi. Non era quello che avrei voluto scrivere: una storia di Tiglieto ben documentata, con le foto eseguite dalla nonna e da altri. In questo libro, invece, sull'immagine prevale la parola, ma è stato il libro che ha esaurito, in me, il bisogno di scrivere sulla Badia. E' stato un lavoro a incastro: le lettere del nonno, quelle del fattore Lazero, la memoria orale, la tradizione, la cultura contadina. Il paese di Tiglieto era la "Badia", tutto confluiva lì: matrimoni, funerali, messe quotidiane e domenicali, scuola, municipio. Nel libro è poi presente la memoria storica di alcuni personaggi che, se fossi arrivata in ritardo anche di poco, non avrei più raccolto. Parlo della "Pedona", della "Maria della Scuglia", di altri anziani che non ci sono più. Da quelle voci sono venute fuori testimonianze candide perché spontanee.

Risultato: un libro "storico" di grande forza poetica e ciò non è facile, quando si maneggiano documenti o sono ricostruite storie che nessuno riuscirebbe ad immaginare.
E "Quattro figlie da marito"?
L'unico modo di utilizzare il materiale d'archivio nella mia famiglia, era di coglierlo dal mio punto di vista: storia forse un pò ibrida, bisogno di fissare personaggi e situazioni nella memoria. Io so, e spero non sembri presunzione, che "dopo di me", di queste cose non saprà più nulla nessuno, perché a nessuno importa delle sorelle Raggi e di tutto il resto.
Però, grazie alle note spesa per i loro corredi e alla "lettura" che ho voluto darne, è venuta fuori la "loro" storia. Vivono, insomma, come ciascuno di noi. "Quattro sorelle da marito" è nato per caso: mentre stavo lavorando all'ultimo libro, venne fuori dall'archivio il materiale adatto per cavarne fuori quattro ritratti di famiglia, destinati altrimenti a rimanere nell'ombra.

Allora è in gestazione una nuova opera. Posso sapere di che si tratta?
E' sempre lo stesso libro, in fondo, cioè ancora una storia di famiglia, quella dei personaggi che vedi ritratti alle tue spalle. La madre di lei, rimasta vedova a quarant'anni sposa il fratello del marito di una delle figlio. Un matrimonio che fa scandalo, naturalmente. Ci sono tutte le lettere. Il nucleo però si dilata e spazia nel tempo, dal 1840 ai giorni nostri: una specie di saga, che termina col nonno piccolo a Campale. Ma dentro ci sono anch'io, come filtro. Anche questo un libro sofferto : ci metto anni prima di trovare la chiave giusta e ancora il gioco a incastro: storie parallele, lettere, documenti, testimonianze su una famiglia che non è certo quella di Manzoni, ma offre infiniti spunti perché il privato possa diventare pubblico. Anche sulle famiglie contadine della Badia, del resto, si potrebbero scrivere romanzi.

Quando uscirà? E quale sarà il titolo?
Sono a metà strada e non è neppure pensabile dire quando il libro vedrà la luce. Il titolo non si dice, per scaramanzia, naturalmente. C'è di mezzo una pianta esotica, un noce, che cresce rigoglioso qui, nel parco di Campale, in famiglia si diceva che il seme l'avesse fornito Cavour.

E poi... ?
Poi racconti moderni: basta col cliché delle carte di famiglia, per me e per chi legge. Eppure anche la storia della nonna Camilla a Pechino ...
Il libro più gratificante?

"L'ultimo sole sul prato", perché ha avuto una risonanza locale, che mi ha fatto piacere. Sono lettori, quelli di Tiglieto, che non dicono le cose solo per complimento, m fondo attraverso una storia, la vita di un personaggio lontano, scopri un mondo, vengono fuori storie, in cui anche il più povero, anche il più semplice conta.


Nata a Genova da famiglia patrizia, legata da grande affetto per Badia, dove abitualmente trascorre il mese di agosto, la sua figura d'autrice di libri ispirati a storie e personaggi della sua famiglia, è notissima ai lettori de "II Foglio", al quale collabora.

Nota Bibliografica:
I960: "La notte dei mascheri" - Ed. Feltrinelli - Esaurito.
1967 : "Dopo di me" - Ed. Mursia - Esaurito.
1975: "Paradiso bugiardo" - Ed. Coines - Esaurito.
1982: "L'ultimo sole sul prato" - Ed. Longanesi - Esaurito.
1986: "Quattro figlio da marito" - Ed Sagep
In preparazione: ancora una "storia di famiglia", il cui titolo non è, per ora, definito.
CAMILLA SALVAGO RAGGI:
"Quattro figlie da marito" - Ed .Sagep, Genova -1986 Ancora una "storia di famiglia", fatta vivere da aride note spesa, diligentemente compilate dalla Marchesa Teresa Raggi, per preparare il corredo di nozze a ciascuna delle sue "Quattro figlie da marito": Eugenia, Ersilia, Marmetta, Lillà. Sembra, al primo impatto, un libro frivolo, ma l'autrice non guarda solo alle voci del corredo, per trame un piccolo trattato di economia domestica, o una rassegna di indumenti più o meno intimi. Camilla Salvago Raggi, come è sua abitudine quando maneggia carte di famiglia, va ben oltre la storia pura e semplice, in questo caso le note spesa e le voci del corredo, guarda queste cose con occhio attento e sema veli, per scoprire a sé stessa e al lettore il retroscena, che cosa cioè si nasconde dietro di esse. Ed ecco che a poco a poco il quadro si Cuni-puiie: i contratti di matrimonio, gli usi, i costumi, le pretese, qualche meschineria di famiglia che si incontrano e si scontrano, ma soprattutto i ritratti, come nelle miniature dei bravi autori, che col segno incisivo (e talvolta corrosivo) riescono, anche nel piccolo, a far sapere "tutto" del personaggio. Cosi la marchesa, madre di dieci figli, spirito pratico, puntigliosa amministratrice del patrimonio familiare, anche delle spese minute, cosi il marito, "svagato e inetto", gentiluomo alla corte dei Savoia ai tempi di Carlo Felice, ma prontamente giubilato da Carlo Alberto, una volta agguantato il trono. Ma soprattutto le figlie: Eugenia, la minore, la prima a sposare: un Pallavicini. Era di comportamento antimonarchico e passò non pochi guai, "per aver permesso che in casa sua si tenessero adunanze carbonaro", almeno cosi si diceva a Genova. Ersilia, timidissima e prima tra le sorelle: va sposa a ventun anni a un Migliorati, di recente nobiltà e vedovo, come per non perdere il treno ... Una sua figlia sposa Pippo della Chiesa e da quella unione nasce il futuro Benedetto XV; un'altra figlia "perticona e bruttissima", viene data a un conte veneziano, "una specie di nonetto, gobbo e cattivissimo". Per picchiare la moglie, "pretendeva di essere issato da lei su un tavolino, e da quell'altezza, finalmente a suo livello, prendeva a tempestarla di pugni" (pag. 24). Infine Marmetta e Lillà . La prima, "d'indole impulsiva e caparbia", fa un matrimonio disgraziatissimo e vivrà da separata, mordendo il freno e facendo parlare di se. Lillà (Giulia), l'ultimogenita, sposa Domenico Centurione. Era "una donna dolce, piena di buon senso, cercava sempre di capire le ragioni degli altri (pag. 29).
Nessuno s'aspetti, nell'affrontare la lettura di questo piacevolissimo libro, un quadro idillico del modo di vivere attorno agli anni 1830, ma pagine in cui l'ironia prevale e qualche volta si fa graffiante, senza però il glaciale distacco dalla materia trattata. La finezza di questo libro, scritto benissimo, sta insomma nell'equilibrio, nella straordinaria capacità di resuscitare non fantasmi, ma figure e figurette, vive e vere, senza infingimenti e senza veli. Difficile arte, dare a ciascuno il suo, quando c'è di mezzo la famiglia ...

MARCELLO VENTURI

Marcello Venturi, possiamo ricostruire assieme la tua vicenda di scrittore?
Certamente. Il mio esordio risale al 1945 con la pubblicazione di due racconti sulla rivista "II Politecnico" di Vittorini. Uno è di ambiente contadino, l'altro partigiano. Comincia con questi racconti, assieme a quelli pubblicati da Calvino sulla stessa rivista, la letteratura della "Resistenza", nel filone neorealista. Venne poi il primo libro, pubblicato nel 1952: "Dalla Sirte a casa mia" che vinse il premio "Viareggio - opera prima". Era la prima volta che si dava ed era riservato a giovani scrittori. Il secondo libro fu "II treno degli Appennini", costituito da un racconto e da un romanzo sui cavatori di marmo della Lucchesia. In questo libro si mescolano fantasia e realtà: l'ambiente è quello dei ferrovieri, nel quale sono cresciuto e ho trascorso gli anni dell'infanzia e della giovinezza. Nel 1959 ho pubblicato "Vacanza tedesca" costituito da tré lunghi racconti. Nel 1962 esce "L'ultimo veliero", scritto a Campale, dopo il matrimonio con Camilla.

Dovremmo essere alla vigilia di "Bandiera bianca a Cefalonia", il libro che più di altri ti fece conoscere.
Infatti. Il libro esce nel 1963 e ottiene un grande successo, tanto che viene tradotto in quattordici paesi e Simon Wiesenthal prende da esso lo spunto per ricercare i responsabili tedeschi della strage.

Questo è un libro "storico" e tuttavia ha una struttura particolare, di carattere narrativo e non cronachistico. Perché?
In realtà non c'è nulla di inventato in "Bandiera Bianca". Forse soltanto il figlio del Capitano Puglisi, che alla fine della guerra va nell'isola per ricostruire, con l'aiuto di testimoni e delle tappe attraverso le quali è passata la Divisione Acqui, le ultime ore del padre e dei dodicimila soldati italiani trucidati dall'esercito tedesco. Il personaggio è la proiezione di chi scrive, in quanto ho girato in lungo e in largo l'isola di Cefalo nia per ricostruire gli avvenimenti storici narrati nel libro. Il resto è tutto assolutamente vero, dalla storia d'amore tra il capitano e la maestrina, fino al tragico epilogo finale.

E' stato detto che la forza civile e poetica di questo libro sta nel sereno e pur partecipato distacco, senza rabbia e senza odio, con cui è narrata la storia dell'eccidio.
Devo dire che la carica emotiva dei tempi immediatamente successivi alla Resistenza si stava smorzando. Volevo cercare di capire perché l'esercito tedesco, non le SS, era arrivato a quella strage. Ora, se l'avvenimento non trova nessuna giustificazione, perché le stragi non sono mai ammissibili, si può almeno comprendere. Sta di fatto che i tedeschi, che fino al giorno prima avevano diviso il pane con i soldati italiani, dagli avvenimenti dell' 8 Settembre si sono sentiti traditi, abbandonati. Quando poi i nostri, durante le trattative, si misero a sparare, essendo superiori per forze, maturò negli alleati, divenuti all'improvviso avversari, l'idea della vendetta. Il libro uscì nel 1963, nel ventennale dell'orribile eccidio.

Libro importante, dunque, sul piano storico. Ma anche su quello letterario, in quanto con una scrittura apparentemente scarna, recuperi un grande dramma.
Va detto che la guerra, con i suoi perversi meccanismi, ha avuto su di me una forte carica emotiva, mentre cercavo le testimonianze dell'eccidio e l'ispirazione per scrivere il libro. C'era poi l'atmosfera cupa (eravamo in autunno) che si respirava a Cefalonia, con quel cieio scuro e i segni del terremoto del 1956 dappertutto. Sembrava che la natura, alleata coi tedeschi, avesse voluto cancellare le tracce di quanto era accaduto. Dalle foibe, pozzi carsici in riva al mare, fatti crollare dal terremoto, si era alzato per giorni e giorni sull'isola il fumo dei cadaveri dei nostri soldati, bruciati dai tedeschi, perché non rimanesse testimonianza sulla violenza da loro subita.

Pagine bellissime, capaci di spontanea commozione. Ma qual'è il segreto per scrivere una storia in chiave letteraria?
Non sono depositario di nessun segreto ; ricordo solo una delle frasi di Sandro Pertini, autore della prefazione all'edizione della BUR: "Mai la poesia è stata messa così bene al servizio della storia".
Un libro, dunque, che si fa leggere e suscita sempre grandi emozioni. Forse molti libri storici dovrebbero essere scritti in chiave narrativa, perche la commozione dell'autore passi a chi legge. Avremmo meno opere "storiche" solo per addetti ai lavori. Ma andiamo avanti.
Dopo "Bandiera bianca" ho raccolto nel libro "Gli anni e gli inganni" i racconti scritti in tempi diversi. Sono storie di guerra, di dopoguerra e della memoria storica.
Questo libro fu presentato da Adriano Guerrini a Genova, e ricordo di quella presentazione queste parole: "è il romanzo della nostra generazione, di quarant'anni della nostra storia".

Racconto, recupero della memoria, vicende belliche e post-belliche: ancora il neorealismo ?
Senz'altro, se proprio ci vuole una etichetta. Del resto il neorealismo ha riportato la letteratura italiana alla realtà, l'ha svecchiata, sottraendola a certi preziosismi del calligrafismo inutile di un Emilio Cecchi, per esempio. Se ci sono stati Fenoglio, Pavese, Calvino e tanti altri illustri scrittori, se oggi si scrivono ancora libri che hanno un impegno e suscitano interesse, è per merito del neorealismo.

Dopo "Gli anni e gli inganni", pubblichi un libro allusivo alla tua crisi politica, se non sbaglio.
Sì: "L'Appuntamento", dove si narra della crisi di un intellettuale comunista dopo gli avvenimenti dell'Ungheria. E' la storia appunto di un bilancio, della ricerca di altre ragioni alla propria esistenza. Nel romanzo è raccontata la visita che feci a Ravenna, assieme a Camilla, nei luoghi dove aveva dominato Teodorico, n tentativo di coniugare la storia di questo tiranno con quella parallela di un altro tiranno del nostro tempo, Stalin, fallisce. L'intellettuale abbandona il campo.

Vorresti dire che è stata la fine di ogni impegno ?
No. Nel libro c'è dell'autobiografismo, ma solo in parte.
In fondo è la storia di tanti... Quanto a me, c'è stata sicuramente una svolta nella mia vita, ma l'abbandono dell'impegno politico non ha rappresentato la fine dell'impegno come scrittore.

Eppure, "Più lontane stazioni", che viene subito dopo, ed è un libro pieno di poesia, sembrerebbe un racconto d'evasione...
No, perché attraverso l'immaginario viaggio di nozze assieme alla madre verso Cividale del Friuli, vengono recuperati i valori ideali del patrimonio di famiglia: l'antifascismo, la Resistenza, la persecuzione subita per le idee.
Veniamo al personaggio della madre. E' anch'essa diversa dal prototipo, esce dagli schemi.
Nascimbeni ha detto che quella figura di madre rimarrà nella letteratura italiana. Io so per certo che, usando l'ironia e dissacrando, ho recuperato una figura, altrimenti dolciastra, alla sua autenticità. Del resto "Più lontane stazioni" è a nche un libro sulla morte e sulla fede. La madre a Cividale del Frinii ci arriva; il figlio no: resta nel dubbio. Impegno civile, messaggi umani anche in "Terra di nessuno" ? Direi di sì. Ho voluto descrivere, a trent'anni di distanza dalla guerra, la storia di una generazione, quella venuta dopo, sradicata dalla sua identità. La storia del ragazzo che ama e uccide la donna da marciapiede, senza alcuna ragione, gratuitamente, anticipa il brigatismo, la barbara uccisione di Rossa. Si stanno insomma pagando le conseguenze della guerra e l'aver fatto tabula rasa di tutti i valori, senza trovarne altri. D libro piacque molto a Baldacci, critico sensibilissimo. Diceva che, con qualche anno d'anticipo, faceva risaltare il nulla della generazione posfc - bellica. Non era colpa sua, perciò, se viveva nel vuoto che la guerra aveva scavato alle sue spalle.

Ma ne "II padrone dell'agricola" e in "Sconfitti sul campo", c'è solo il gusto di narrare, l'invenzione di un linguaggio, la scoperta di un gioco ...
Anzitutto la genesi dei due libri. Siamo negli anni 1979-82. La carica emotiva della guerra, del vuoto da essa lasciato, dei conflitti generazionali, si va esaurendo. Vengo a trovarmi, io toscano, di fronte all'impatto col nuovo ambiente contadino del Piemonte e al bisogno di raccontarlo. Calvino, col quale ho avuto una lunga corrispondenza, mi esortò a farlo. Circa la lingua ho ritenuto giusto, anziché ripetere un linguaggio esistente e scrivere il romanzo contadino solito in chiave moralistica, di dover restare nei miei panni di "padrone" (detto tra virgolette) che non riesce a fare il padrone, dell' "agricoltore" (ancora detto tra virgolette) che non riesce a capire l'andamento dell'azienda, dell'incontro con contadini che non capiscono, o fanno finta di non capire, per proseguire a loro modo. Il linguaggio è perciò un impasto di dialetto e lingua, lo stesso che i contadini usano quando parlano con me. E' il recupero di un modo di esprimersi, ma anche di una civiltà. E vengo all'impegno, alla tensione morale.

Questi due libri sono una testimonianza sugli "ultimi", su un mondo destinato a finire. C'è ironia, ma rivolta soprattutto contro me stesso, inadeguato di fronte alla situazione e cosciente di trovarmi di fronte a condizioni non patetiche, ma tragiche. Al di là del tono ironico, divertito, specie in "Sconfitti sul campo", c'è la tragedia di un mondo che ha in sé, nelle sue superstizioni, nelle sue credenze, i germi della poesia, ma è destinato a scomparire dalla scena della storia. E con l'uomo scompare una cultura. Il secondo libro l'ho scritto, soprattutto, perché me lo chiedevano i protagonisti, un secondo "liber sulla vita ..."

Col romanzo "Dalla parte sbagliata", ritorni pero al tema della guerra, vista e vissuta da un balordo che, senza volerlo, si trova su barricate opposte e non sa neppure lui perché.
E' vero. Il libro è, in un certo modo, un apologo sulla confusione delle lingue che si verificò nella fase finale dell'ultimo conflitto mondiale. Ma è anche l'occasione per rivisitare un frammento di Toscana che mi è stato familiare e che oggi si presenta del tutto stravolto dalla società dei consumi e dallo spreco.

E arriviamo all'ultima fatica.
"Il giorno e l'ora" è un libro totalmente inventato, dedicato alla solitudine di cui siamo vittime. Di mio c'è solo la posizione dell'autore di fronte a un deserto affollato, al "non sapete nè il giorno nè l'ora".

Nell'arco della tua produzione letteraria c'è un punto fermo, o una continua ricerca, tra angoscia esistenziale e quieto vivere?
Si', c'è sempre una ricerca di nuovi argomenti, di nuovi motivi d'ispirazione.

Non intendevo questo. Diventare "padrone dell'agricola" non è stato uno strappo violento col passato, col "tuo" passato, con l'impegno politico, per esempio?
No, perché a questa vigilia ero già arrivato per esaurimento, politicamente deluso, insemina. Vorrai ammettere che gli avvenimenti d'Ungheria, le rivelazioni di Kruscev al 20° Congresso, Tito accusato di essere spia degli americani, i Comitati Centrali decimati da Stalin e infine i carri armati a Budapest non sono cose da poco. In me, comunque, coronano tutta una serie di dubbi esistenti fin dal periodo della militanza ...
MARCELLO VENTURI
E' nato a Serravezza (Lucca) nel 1925. Ha fatto parte delle formazioni partigiane attive sull'appennino toscano durante la guerra di liberazione e, nell'immediato dopoguerra, è stato redattore della terza pagina dell'Unità.
Ha pubblicato i suoi primi racconti su "II Politecnico" di Vittorini. Ritiratesi dalla politica attiva in seguito agli avvenimenti d'Ungheria, dopo il matrimonio con Camilla Salvago Raggi, vive e lavora a Molare (Al).
Nota bibliografica:
1945: primi racconti su "II Politecnico" di Vittorini.
1952: "Dalla Sirte a casa mia" - Ed. Macchia (Premio Viareggio -Opera prima) - Esaurito.
1956: "II treno degli appennini" - Ed. Einaudi - Esaurito
1959: "Vacanza tedesca" - Ed. Feltrinelli -Ristampato nel 1978.
1962: "L'ultimo veliero" - Ed. Einaudi - Ristampato nella collezione ragazzi nel 1966 e nel 1973 (Premio Bancarella 1966) - Esaurito.
1963: "Bandiera Bianca a Cefalonia" - Ed. Feltrinelli - Ristampato nell'economica Garzanti nel 1967 dall' Ed. Rizzoli nel 1972 e dalla BUR nel 1976, con prefazione di Sandro Pertini.
1965: "Gli anni e gli inganni" - Ed. Feltrinelli (Premio Puccini - Senigallia) - Esaurito.
1967: "L'appuntamento" - Ed. Rizzoli (Premio Chianciano - 1967) -Esaurito.
1970: "Più lontane stazioni" - Ed. Rizzoli (Premio Civinini -1970) -Esaurito.
1975: "Terra di nessuno" - Ed. Rizzoli.
1979: "II padrone dell'agricola" - Ed. Rizzoli (Premio Napoli -1979).
1982: "Sconfitti sul campo" - Ed. Rizzoli (Premio Stresa -1982)
1985: "Dalla parte sbagliata" - Ed. De Agostini (Premio Città della Magna Grecia -1986).
1979: "Collefiorito" - Ed. Stampatori - Per l'infanzia (Premio Cento) - Esaurito.
Di prossima pubblicazione: "II giorno e l'ora" - Ed. De Agostini.
MARCELLO VENTURI:
"Il giorno e l'ora" - Ed .De Agostini - Di prossima pubblicazione .
Uscirà la prossima primavera con la Casa Editrice De Agostini l'ultimo romanzo di Marcello Venturi: "II giorno e l'ora", in cui l'autore riprende e approfondisce temi esistenziali già accennati in precedenti romanzi.
Qui è soprattutto la solitudine dell'uomo di oggi che viene messa a fuoco: l'uomo che vive nella città sovraffollata, e che tuttavia si scopre solo.come in mezzo ad un deserto, in contrasto con le generazioni più recenti, in polemica con la mentalità corrente dell'usa e getta e con la corsa generalizzata al benessere.
Protagonista è un vecchio sognatore che maneggia orologi, per mestiere e per vocazione, rintanato nella sua piccola bottega rimasta intatta tra le scintillanti vetrine dei negozi moderni. Le giornate scorrrono lente e prive di senso, in compagnia di un cane; mentre intorno infuria l'estate che, con la violenza delle sue luci impietose, mette a nudo le magagne di una società e risveglia malesseri segreti. Finché un giorno, sulla soglia consunta, non appare una bella signora che affida alle cure dell'abile artigiano un orologio impazzito, perchè ne regoli il tempo.
La bellezza della nuova cliente, rievoca volti di attrici scomparse, sogni di amori mancati. Riaccende la speranza - sempre all'erta - di un possibile appuntamento, di una possibile avventura: la vita, insomma, non è ancora finita nonostante gli anni, le delusioni e le incomprensioni familiari. Ma intanto occorre fare i conti con la realtà: con l'orologio, il cui meccanismo interno, composto da fragilissimi congegni, risulta incurabile per mancanza di pezzi di ricambio. Cosi la sua fuga in avanti prosegue inarrestabile - come la fuga dei vacanzieri di Ferragosto - tra le mani impotenti del vecchio sognatore.
L'appuntamento con la bella signora, tuttavia, ci sarà: in una villa appartata e un pò sinistra, della pineta. Ma in anticipo sui tempi. Il vero appuntamento sarà per l'indomani, nel giorno fissato e all'ora stabilita: nel vuoto della città, dove non c'è nessuno che gli porga una mano, o che possa rispondere a una sua ultima definitiva domanda.


BRICIOLE DI CULTURA, CULTURA DELLE BRICIOLE, SOLO BRICIOLE

Matteo Pastorino

Fatemi sentire per un attimo Luciano Rispoli, conduttore del programma televisivo "Parola Mia", e lasciatemi buttare li qualche nota (magari trita) sulla cultura e sul linguaggio, pur non essendo qualificato in alcun modo per farlo.
L'uomo del nostro secolo, ci viene detto, se vuole rimanere al passo con i tempi, deve conoscere tutti i campi della cultura e della scienza. E, siccome non può "sapere tutto", deve nutrire il suo bagaglio di nozioni con "assaggi" di tutti i piatti. Non ha senso sapere cosa è la particella W—, l'importante è non ignorare che sta al mondo e che l'ha studiata il Premio Nobel Rubbia. Non si pretende di conoscere la fisica dei semiconduttori, ma si deve sapere che il Cray I è un calcolatore grande e che una memoria da 64 chilobyte è più spaziosa di una da 16.
Non si richiede la conoscenza del latino, l'importante è sapere condire il proprio linguaggio con "conditio sine qua non", "status quo", "deus ex machina" ed altre.
Insomma è meglio sapere "un pò di tutto" che conoscere più o meno bene qualcosa e confessarsi emeriti ignoranti in altri campi. Oltrettutto, non fa manager.
Sta avendo sempre più successo la diffusione delle briciole di cultura. In origine era Selezione, poi sono venute le pubblicazioni a dispense e le rubriche sui giornali e alla TV. Le briciole di cultura hanno portato con sé una vera e propria "cultura delle briciole", con la quale dobbiamo ogni giorno fare i nostri conti, tanto più che le briciole hanno invaso il nostro linguaggio.
I giornalisti, specie i più provinciali, usano con continuità termini mutuati dal mondo scientifico, dalla medicina, dalla filosofia. Per non parlare dei termini stranieri, chi non capisce il significato di parole come "feed-back", "back-ground", "leitmotiv", "trait d'union" non può obiettivamente neppure leggere l'articolo del vecchietto morto in solitudine con il proprio gatto.
Gli eccessi sono eccessi. Il grave sta nel fatto che c'è chi confonde l'uso di termini moderni e stranieri con il concetto di sprovincializzazione e, in dirczione opposta, chi si fa banditore di ogni espressione impura in nome di un ritorno ai canoni stretti della lingua italiana, senza accorgersi che tali canoni tanto stretti non sono mai stati e, a maggior ragione, non possono esserlo oggi.
Altro fatto è la pesante inflazione del mondo della parola: i media si fanno portavoce di discorsi iterati a tal punto da rischiare di perdere ogni significato. Un pò come si fa quando si ripete una parola molte volte di seguito fino a farla diventare puro suono, completamente sconnesso dalla cosa di cui è significante. I politici sono l'esempio per antonomasia, ma sulla buona strada sono anche i commentatori sportivi. Fra parentesi, si può dire che si tratta di due professioni, queste, che richiedono, in un certo senso, grandi capacità: è difficile, infatti, pronunciare per ore frasi, o scrivere lunghi articoli, senza dire assolutamente nulla. E poi, quale perla, c'è da dire che nello sport esiste anche chi tira in ballo la "legge dei grandi numeri" o il "principio del terzo escluso" per spiegare la scarsa vena di Platini o i goals di Barbadillo. "Tempus est tacendi", parola mia, anzi di Ezra Pound.


 

 
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