Home arrow Immagini
Numero 4/1984 PDF Stampa E-mail

SOMMARIO
CENERENTOLA IN LIGURIA Beatrice Solinas Donghi
LE CANDELE Camilla Salvago Raggi
BILANCIO DI TRE ANNI DI ATTIVITA' Giuseppe Capelletto
PIANA DELLA BADIA Giovanni Meriana
LETTERE AL GIORNALE
IL LUPO E LA VOLPE Maria Zunino
ELETTRONICA: MODA E MITO Matteo Pastorino
IL NOSTRO DIALETTO TIGLIETESE Isabella Pesce
UN LIBRO PER I NOSTRI LETTORI
INTERPRETAZIONE E SIGNIFICATO DI "VITA" DEI VEGETALI Giorgio De Maria


CENERENTOLA IN LIGURIA

Beatrice Solinas Donghi

Quella di Cenerentola passa, anche sulle enciclopedie, per essere una fiaba di Perrault. In realtà Charles Perrault, vissuto all'epoca del Re Sole e assai vicino agli ambienti di quella corte, ne scrisse una versione molto bella e molto famosa, Cendrillon, che non è però la più tipica, e nemmeno lontanamente la più antica. Una precedente variante letteraria, che comprendeva già il motivo della scarpello perduta, risale infatti addirittura al IX secolo d.C. ed è dovuta a uno studioso cinese, che dichiarava di averla ascoltata da un proprio servo; insomma l'aveva "raccolta", come un Grimm o un Pitré avanti lettera. La presenza di questa trama in epoca tanto remota e in una zona così dislocata basta di per sé a dimostrare che essa doveva essere radicata nella narrativa orale da tempi lontanissimi e diffusa su un territorio estremamente vasto.
Sarebbe perciò un caso veramente strano se non si trovasse anche nella tradizione popolare ligure, indipendentemente dalle varie Cenerentole d'autore (Perrault, Grimm, oggi più sovente Disney) che possono esservisi infiltrate in anni più recenti. L'autentica Cenerentola ligure esiste, anzi in realtà ce ne sono più d'una.
A Genova si chiama, o si chiamava, Ceneronn-a o Cendronn-a. Le sue vicende sono assai diverse da quelle delle colleghe più famose; intanto, cominciano con il motivo detto "del cortese e dello scortese", non usato in questo contesto dagli autori di cui sopra. La protagonista, cioè, si guadagna la sua smagliante bellezza con la cortesia dimostrata all'essere magico a cui fa il favore di spidocchiarlo (pratica igienica un tempo indispensabile); mentre la sorellastra - una sola, qui - si comporta da villana e viene punita con la bruttezza. Questo donatore magico è una vecchina, oppure un vecchio "che doveva essere il Signore", intrusione non rara, ma nemmeno molto frequente, del soprannaturale religioso nella fiaba. Più in là però interviene anche una fata, che fornisce gli abiti di gala per andare al ballo: la molteplicità dei protettori, o aiutanti, come vengono pure chiamati, è una caratteristica quasi costante delle Cenerentole.
L'aiutante animale, di origini antichissime, che era presente per esempio nella versione cinese, qui rimane in sottordine: è il gatto di casa, che avvisa il principe dello scambio avvenuto tra la bella e la brutta, naturalmente ad opera della matrigna cattiva. Chi abbia familiarità con le principali trame fiabesche capirà che a questo punto ci troviamo assai prossimi a quella - intitolata La bella e la brutta. La bianca e la nera, - qualcosa di simile - che si impernia appunto sul tentato scambio tra l'eroina e l'antagonista.
Un 'altra Cenerentola genovese, O Frettasse (il frettasse Rarefasse un tempo lo scopinetto per pulire il forno) è molto più vicina alla Cendrillon perraultiana, tanto che rimane dubbio se si possa accettarla come autentico prodotto popolare. Tuttavia c'è un tocco originale: anche qui il felice scioglimento è dovuto a un gatto.
Dall'estrema riviera di Ponente proveniva la Caterina trascritta in francese e pubblicata nel tardo Ottocento dall'americano James B. Andrews. C'è la solita abbondanza di protettori, in testa quello animale, ritornato alla sua preminenza primitiva: si tratta di una capra, che da viva soccorre la protagonista conculcata, mentre dopo saranno le sue ossa, convenientemente invocate, a dispensarle una magica bellezza. I bei vestiti e le scarpello d'oro escono invece da una noce e da una mandorla donate da una "zia di Genova" non meglio specificata. (Nelle fiabe popolari non occorre esser fate per fare i doni prodigiosi; il miracolo è alla portata di tutti, o quasi). Caso strano: la madrina presentata all'inizio del racconto non è affatto una protettrice, come di regola, perché sposa il padre della ragazza e diventa così la solita matrigna persecutrice. Questo curioso abbinamento è un tratto caratteristica della Caterina e pare sia unico in tutta la favolistica mondiale.
Una ricerca a largo raggio recupererebbe senza dubbio altre versioni liguri di questa fiaba. La nostra campionatura piuttosto casuale può dare intanto un'idea della varietà dei motivi che la contraddistinguono.

 

LE CANDELE

Camilla Salvago Raggi

La continuità tra la Badia di ieri e la Badia di oggi è data soprattutto dalle candele. Allora come oggi la gente si estasia all'idea che per un mese all'anno si possa vivere in un luogo così inaccessibile e selvaggio da non essere raggiunto neppure dalla luce elettrica. In realtà a Badia la luce elettrica arriva per tutti, salvo che per noi. Ragioni economiche, più che sentimentali, sono all'origine di quest'esclusione: e d'altra parte non dispiace a nessuno, per un mese all'anno, ritrovare questo modo di vivere arcaico: a letto con le galline e di conseguenza in piedi all'alba.
Le candele, dicevo. Capita anche in città di restare qualche ora senza luce elettrica, e di dover ricorrere a qualche pezzo di candela cercata in un cassetto assieme a vecchi spaghi, nastri o carta da regalo. Un ripiego, con tutti gli inconvenienti che ne derivano: la cera sgocciola, le macchie di cera sono cattive da mandar via sia dai mobili che dai vestiti. A Badia invece si maneggiano con inconscia, direi atavica disinvoltura. Perché all'infuori di qualche sporadico e presto fallito tentativo di trovare un 'alternativa a quel tipo di illuminazione (nel corso degli anni Badia ha conosciuto i lumi ad acetilene, le lampade "petromax", poi il petrolio, infine certe lampade da campeggio con bomboletta a gas) si son sempre preferite le candele. Quando era bambina il fatto di usarle normalmente per far luce, così come altrove la si faceva girando la chiavetta dell'interruttore, era per me un 'emozione indescrivibile, una sorta di rito magico, qualcosa soprattutto che faceva - per me, ma credo non solo per me -l'incanto di Badia. Candele in salotto, candele in cucina, candele nelle camere... Mi sembrava, quando mi ritiravo nella mia, di trasformarmi nell'eroina di un romanzo - Marina di Malombra che fruga nello stipo e cento altre sue sorelle della letteratura ottocentesca e post che a lume di candela si disfacevano le trecce, leggevano o bruciavano lettere d'amore, vedevano affiorare dalle profondità dello specchio i loro pallidi visi di annegate. "Ne donna ne tela - a lume di candela". I! vecchio detto mi tornava in mente specialmente a cena, guardando i visi riuniti intorno al tavolo, i chiaroscuri, i rilievi, l'incavo di una [empia o di uno zigomo, l'ombra sotto la banda allentata di una capigliatura. Tutto acquistava un mistero nuovo, palpitava, mobile e vivo, come sul piccolo cratere prodotto dalla cera della candela, vedevo palpitare la sua fiamme/la tremolante.
Badia oggi mi restituisce, appena un po' scolorito dall 'abitudine, questo incanto. Lo ritrovo nella luce calda e intima che spandono le candele, nella loro fiamma che si leva ora perfettamente immobile e verticale, ora piegata orizzontalmente da un improvviso colpo d'aria. E ritrovo i gesti che lo accompagnano: quello un pò ' spericolato di stringere tra pollice e indice lo stoppino che "fila": l'altro, antico e solenne, di ripararne quando la porto in giro, la fiamma con la mano.
Quando vi soffio sopra per spegnerla,l'odore di candela spenta resta per qualche secondo nell'aria: è l'odore al quale mi addormentavo bambina: è quello al quale mi addormento oggi.
L'unica cosa, in una Badia che in quarant'anni ha conosciuto i progressivi, anche se impercettibili mutameli legati all'ambiente e all'uomo, che sia rimasta la stessa.


BILANCIO DI TRE ANNI DI ATTIVITA'

Giuseppe Capelletto

Un altro anno e passato ed è nuovamente tempo di bilanci. Quest'anno poi il nostro è quanto mai importante perche rappresenta il consuntivo anche dell'intera gestione dei primi tré anni di vita della Biblioteca Comunale di Tiglieto.
È noto infatti che con il rinnovo della giunta comunale scadrà anche il mandato che abbiamo ricevuto per la fondazione e la conduzione della B.
Senza voler essere immodesto mi sembra di poter affermare che sono stati anni proficui se si considera che dal nulla si è riusciti ad organizzare una biblioteca con oltre 2500 libri già in gran parte catalogati secondo i criteri più avanzati conformemente alle direttive impartite dalla Regione.
Come è noto i libri sono stati acquistati con i contributi concessi dalla Regione (oltre ad un certo numero di donazioni) e la scelta degli stessi è stata operata nel corso di assemblee tenute con la partecipazione di tutti i componenti il Consiglio della B. seguendo il criterio della massima apertura a tutti i temi di possibile interesse.
Le strutture della B. sono state formate ed incrementate utilizzando al meglio quanto è stato messo a nostra disposizione ed al momento consentono di ospitare un congrua numero di lettori o, in subordine, danno la possibilità di accogliere una sessantina di persone per riunioni, proiezioni di diapositive e films.
Purtroppo la crescita del materiale stampato comincia a creare problemi di spazio. Infatti gli scaffali per i libri occupano già tutto quello disponibile alle pareti ed è prevedibile che con i nuovi arrivi incontreremo difficoltà pratiche di immagazzinamento. Un problema, questo, che dovrà essere affrontato al più presto con l'Amministrazione Comunale.
Un capitolo a parte è costituito dalle iniziative di carattere culturale svolte nel triennio in esame.
Pur essendo attivila sussidiarie a quelle specifiche di una biblioteca, hanno finito per assumee un ruolo ed una importanza superiore ad ogni aspettativa tanto da diventare un fiore all'occhiello della B. che grazie ad esse ha avuto modo di farsi conoscere anche al di fuori dell'ambito territoriale. Le iniziative sono state tante e bene accolte dal pubblico che ha dimostrato interesse ed apprezzamento.
Altro punto qualificante del lavoro svolto è stata la regolarizzazione giuridica del nostro "Foglio". L'iscrizione al Tribunale ne ha consentito la vendita al pubblico favorendone la diffusione anche al di fuori della Valle.
Queste in sintesi le cose fatte.
Si poteva fare di più?
Certamente si, ma spesso anche la passione più sentita deve fare i conti con gli impegni familiari e di lavoro ai quali diventa sempre più difficile sottrarsi. Con questo non ci vogliamo però sottrarre alle crìtiche ed ai suggerimenti e tanto meglio se saranno costruttive, le prime, e incentivanti i secondi.
Non resta che salutare i nostri cari lettori con l'augurio che la Biblioteca Comunale di Tiglieto continui il suo cammino e la sua espansione e questo anche se a condurla non dovessimo esserci più noi.

 

PIANA DELLA BADIA Giovanni Meriana

Giovanni Meriana La piana della Badia io non l'avevo ancora scoperta del tutto, almeno fino all'ottobre scorso. L'occasione per farlo mi è stata data da un giro di perlustrazione in cerca di funghi, in compagnia di Carlo. Abbiamo dunque valicato la recinzione della cooperativa di caccia e ci siamo inoltrati in mezzo ai cespugli, diretti alla pineta. Abbiamo costeggiato gli stagni e finalmente siamo entrati nel bosco. Da qui Carlo mi ha fatto salire sulla collina che sovrasta l'Olba, nel punto preciso dove è avvenuto il famoso "taglio", per deviare l'acqua che stagnava nella piana. È stato durante la passeggiata che ho respirato a pieni polmoni l'aria di Tiglieto e ho girovagato in luoghi che, portando ben visibili i segni degli interventi umani sul territorio stratificati durante secoli di storia, conservano sempre un fascino discreto, quasi magico. Cominciamo col ponte medievale, a torto definito "romano", che abbiamo subito attraversato, con la colossale quercia in capo e la straordinaria storia del ghiro. Costui, rintanatesi a svernare in un buco dell'arcata, è stato improvvisamente svegliato dalla punta di una perforatrice, con cui gli operai addetti al restauro dovevano bucare l'arcata da un capo all'altro, per introdurvi tiranti e consolidarne l'ossatura. Bene. Per salvare vita e pelliccia al poveretto, Carlo ha fatto miracoli. Fermo il lavoro, bloccata la macchina infernale che era andata a raggiungerlo proprio là, negli anfratti di una costruzione di chissà quanti secoli; fermi gli operai, tesi nel generoso quanto inutile tentativo di non far male alla bestia. La vicenda di questo ghiro, insomma, stava facendo piazza pulita, in me, dei fantasmi della storia: la lezione di ecologia era cominciata e non dovevo perderne neppure una battuta. Fu cosi che Carlo mi introdusse adagio ad altre voci della piana: al canto del fagiano, per esempio, come distinguere quello del maschio e quello della femmina; al sibilo di una serpe tra le erbe del prato e al suo eclissarsi tra i rovi. È stata poi la volta degli stagni, dove Carlo, in giorni che solo lui conosce, va a fotografare gli aironi cinerini. Qui il silenzio era interrotto solo dal salto del ranocchio tra le tife; una carpa, appiattendosi sul limo del fondo, sollevava nuvole di melma. È stato lì che ho imparato a conoscere lo stampo dello zoccolo del capriolo, a fiutare la presenza della volpe o della lepre, semplicemente guardandone lo sterco. Quanto al cinghiale, qui la fa da padrone e le devastazioni dei coltivi e del sottobosco sono tracce che non passano inosservate. Nella pineta altri rumori: scricchiolii di rami secchi e aghi accumulati, tonfi di pigne mondate dagli scoiattoli. Pian piano, in silenzio, per non perdere neppure la più piccola sensazione di quel viaggio, siamo arrivati alla casa della Ruta e da lì siamo saliti sulla "verruca", risultato finale della galleria seicentesca e dell'erosione successiva dell'Olba. Carlo, indicando il meandro del torrente e la temuta forra del lago Nero, mi faceva notare che i Marchesi sono andati a perforare la roccia in una zona serpentinosa, dove la resistenza della pietra è maggiore, mentre un poco più a monte l'Olba sbatte contro una sponda ricoperta di sfasciume; lì, secondo lui, sarebbe stato più facile aprire un varco all'acqua. L'ombra della storia di Badia, con le chioderie, il mulino a pochi passi, i maglietti, la vita intensa che le girava attorno, è tornata ad affacciarsi e a sincronizzarmi sull'altro registro, quello dell'uomo, che ha piegato alle sue esigenze le forme del paesaggio. Ho pensato allora che sarebbe bello studiarla a fondo questa storia, cercarne i risvolti nelle pietre, raccoglierne anche il più piccolo frammento, utile a capire la somma delle fatiche che l'uomo ha riversato su questa terra. Naturalmente, con quel guardare per aria, di funghi nemmeno l'ombra, salvo due mazze di tamburo, un po' vissute, ai margini del prato e una nidiata di porcinelli in mezzo a certi pioppi dalle foglie bianche: "albaròe" li chiamano in Piemonte. Sono funghi di carne dura, il cappello rosso, oppure nero, che a Tiglieto non raccolgono, perché diventano scuri solo a toccarli. Reagiscono insomma come i boleti assatanati. Io però li trovo buonissimi, cosi ne ho fatto una manciata, con l'intenzione, chiaramente espressa a Carlo, di metterli sott'olio e di servirglieli una domenica d'inverno, se riuscirò una buona volta a sottrarlo al sottile e un po' perverso fascino di Badia e a trattenerlo mezza giornata con me, nell'uliveto, in riva al mare.
 


LETTERE AL GIORNALE

ettere al giornale Sulla raccolta dei funghi non sono d'accordo con Michelangelo Pesce, il quale nell'articolo pubblicato sul n. 3/84 del Foglio, sostiene che i cercatori forestieri si sentono "tollerati e oggetto di disprezzo, pur essendo consapevoli che la loro presenza sul posto porta turismo e quindi un certo commercio per la gente del posto". Io penso che la presenza mercati cittadini. Altro che qualche vantaggio ai ristoranti locali e alla gente del posto! Meglio i cacciatori, non fosse altro perché le loro imprese sono regolate da leggi abbastanza rigorose e da molte limitazioni. Sulla raccolta funghi le norme e le consuetudini sono inapplicabili per l'impossibilità di attuare controlli e sorvegliare la massa scatenata dei cercatori. Quanto a credere al buon senso di costoro, al rispetto del bosco, alla buona regola di non invadere almeno gli spazi attorno alle case, via, non facciamoci illusioni! Rimedi? Non ce ne sono, purtroppo.
Ignoranza e maleducazione non sono neppure reati!
Lettera firmata Cari amici,
vi ringraziarne del vostro giornalino che regolarmente ci inviate e che è molto interessante. Vi ringraziamo anche per gli inviti a partecipare ai vostri spettacoli e alle vostre manifestazioni.
Vi mandiamo i proverbi che conosciamo sperando che riusciate a ca- pire il dialetto che abbiamo scritto.
Se vi può interessare possiamo anche illustrarli: lo faremo con piacere!
Vi salutiamo con affetto gli scolari di Martina: Vittorio, Daniele, Irene, Alessandro, Michela, Emanuela, Eleonora, Luca.
A San martin sren, legne e fen.
A San Martin er mustu u dventa vin.
Santa Bibbiana quaranta giorni e una settimana.
Epifagna, lasagna.
A Pasquetta, un'eretta.
A San Sebastian i mascari i van.
Candelora Candelora dell'inverno suma feura ma a ciove e a luscci u s- u, quaranta di ii sun ancu.
Ad Aprile fiorisce anche il manico del badile.
Auri lava i squelle e va a durmi.
I ragazzi delle scuole elementari di Martina 

 

IL LUPO E LA VOLPE

Maria Zunino

In una tana vivevano un lupo e una volpe. La volpe vedeva sempre passare Luigin e il Giulio che andavano al Casotto, una vecchia casa abbandonata che utilizzavano come stalla per il loro gregge e per le poche mucche che possedevano. Un giorno la volpe disse al lupo - Compare lupo, mi è venuta una grande idea! Quando non abbiamo di che sfamarci potremmo andare al Casotto a rubare il formaggio a Luigin e a Giulio, che ne dici? - È senz'altro una buona idea, ma come faremo poiché loro sono sempre di guardia? - Non preoccuparti, ribattè la volpe, ci nasconderemo nel ruscello vicino alla casa e quando Luigin e Giulio andranno a cercare le fascine e il fieno da mettere sotto le pecore noi entreremo nella stalla a bere il latte e a rubare il formaggio.
Il giorno in cui decisero di attuare il loro piano si nascosero presso il ruscello aspettando che i due uomini si allontanassero. Quando furono certi di non correre nessun pericolo si precipitarono dalla porta della stalla per entrare, ma poiché era chiusa col luchetto dovettero passare attraverso un piccolo finestrino che si trovava nel retro della stalla. Prima entrò la volpe che era più piccola, poi, aiutato da questa, entrò il lupo. Entrambi mangiarono e bevvero in abbondanza, finché furono completamente sazi.
Ora come avrebbero fatto ad uscire? La volpe, molto più piccola del lupo, passò agevolmente attraverso il finestrino, ma il lupo, già grosso di per sé, dopo il pasto era diventato talmente gonfio che ogni sforzo per scavalcare il finestrino risultò inutile - Ed ora come faccio? Sarò costretto a restare qui!-piagnucolava il lupo-Nasconditi dietro la porta, suggerì la volpe, quando Luigin e Giulio arriveranno con le pecore lasceranno la porta aperta per farle entrare, tu ti nasconderai in mezzo a loro e scapperai via. Io ti aspetterò nascosta dietro un cespuglio.
Quando i due uomini furono sulla soglia si accorsero subito di essere stati derubati e, invece di far entrare il gregge, rimasero a guardare il triste spettacolo appoggiati allo stipite della porta. Il lupo, non potendo fuggire, rimase nascosto ad aspettare. Ad un tratto Luigin disse-Ho l'impressione che ci sia qualcuno nascosto qui dentro; chiunque sia ora lo sistemo ioM-ii armò di un bastone e non appena rinchiuse la porta scovò il lupo tutto rannicchiato su se stesso, con un balzo fu su di lui colpendolo con gran forza. - Per questa volta, compare lupo, non ti uccido, ma ciò ti serva da lezione, perché se ti ritrovo qui un'altra volta non uscirai più vivo!-Il povero animale si trascinò fuori a malapena e si incamminò verso il ruscello dove lo attendeva la volpe. Comare volpe, dove sei? - Sono qui, vieni! - Non posso camminare, ho le ossa rotte, fare- pagno). - E va bene, sospirò il lupo, allora sali su quella pietra e vienimi in groppa che ti porterò. Ma dimmi, piuttosto, ora dove possiamo trovare un po' d'acqua? Mi è venuta una gran sete! Andremo a bere da Giacumin, perché so che possiede un bei pozzo in mezzo all'aia.-
II pozzo era rotto da parecchio tempo e perciò Giacumin aveva mandato a chiamare l'Anselmo, l'idraulico, perché lo aggiustasse e il caso volle che proprio quel giorno l'Anselmo fosse dentro il pozzo per cercare di ripararlo-Come faremo a bere se dentro c'è l'Anselmo? Come arriveremo fin laggiù in fondo? - disse preoccupato il lupo.-Non pensarci, ribattè la volpe, faremo così;uno di noi due entrerà nel pozzo a bere, l'altro lo terrà per la coda finché non si sarà dissetato e poi lo tirerà su. Andrò io per prima, tienimi ben stretta per la coda e quando ti dico "lappu" (bevo) tirami su!-
La volpe si calò nel pozzo, bevve a sazietà e al segnale stabilito il lupo la tirò su. Ora vai tu, disse la volpe riemergendo dal pozzo, io ti terrò ben saldo. Il lupo fece come la compagna gli aveva suggerito e quando terminò di bere disse: "lappu", e la volpe fulminea - ed io dalla coda ti lascio!-!! povero lupo precipitò giù in fondo al pozzo dove c'era già l'Anselmo. L'animale ululò forte per spaventare l'uomo, ma questi per nulla intimorito-prese il suo martello e gli disse: - Vieni, vieni pure avanti bestiaccia, se tu mi dai del tuo dentello, io ti dò del mio martello! - e giù martellate in testa al lupo, finché questi morì. L'Anselmo riprese in fretta i suoi attrezzi e risalì servendosi della scaletta lungo la parete del pozzo. Quando fu nell'aia urlò a Giacumin - Giacumin, se hai fatto venire il lupo ad aggiustare il pozzo, io me ne vado. Arrivederci alla prossima volta!-
Ed ora cosa ne sarà dei nostri personaggi? Il lupo, naturalmente, è rimasto in fondo al pozzo, la volpe continua la sua fuga e Giacumin il pozzo lo deve aggiustare àncora adesso perché ha finito per riempirlo di pietre.
 


ELETTRONICA: MODA E MITO

Matteo Pastorino

Siamo tutti d'accordo che, dall'epoca delle valvole a quella dei circuiti integrati su larga scala, l'elettronica abbia fatto passi da gigante, rendendo possibili realizzazioni che solo fino a pochi anni fa non erano neppure pensabili.
Nessuno nega il valore e le importantissime implicazioni di questa evoluzione tecnologica, vi sono, però, alcuni aspetti, "collaterali" quanto si vuole, sui quali si ha modo di avanzare qualche dubbio.
C'è il rischio che il mito dell'elettronica, varcando il confine della Moda, faccia perdere di vista le finalità (e quindi, per assurdo, anche le reali potenzialità) di questa eclatante rivoluzione tecnico-scientifica.
Definirei per lo meno "sospetta" la retorica che si va sviluppando a più livelli sul rapporto nuovo che deve crearsi (quasi per predestinazione) tra individuo (soprattutto giovane) e mezzo elettronico. Rapporto che nasce, di fatto, con i video giochi, ai quali i nostri ragazzi si avvicinano con tanto accanimento. Nessun giudizio "morale" mi fa biasimare questo tipo di gioco e la sua scarsa "creatività" mi lascia solo qualche perplessità. Naturalmente, però, "distruggere" mostriciattoli alieni è sempre il solito cliché dell'esorcizzazione del diverso.
Mi spaventano già di più quei branchi di giovinastri che fanno razzia di riviste specializzate in elettronica, pronti a costruire i loro circuitini con tanto di led rossi che si accendono. E realizzare macchine, per pilotare altre macchine, che a loro volta regolino altre macchine. In una catena auto fagocitante in cui tutto è lecito purché sia elettronico.
"Un fenomeno alquanto sconcertante - afferma lo psicologo Marcello Bernardi -, caratteristica del momento storico in cui viviamo, è in trasferimento delle pulsioni vitali umane su oggetti privi di vita. Siamo diventati degli appassionati ed irriducibili tecnici^zatori. Le cose traducibili in termini matematici, in espressioni numeriche, in entità quantificabili, ci affascinano irresistibilmente. La tecnologia è diventata una specie di competitore della sessualità".
Il mito del progresso tecnologico e dell'elettronica ripropone con più forza la questione del rapporto tra scienza e umanità, basta pensare con quale sfacciataggine, per non dir di peggio, i mass-media ci propongono le descrizioni delle terribili nuove armi, compiacendosi per l'alto livello di computerizzazione. È un fatto che "l'avanzamento tecnologico, disancorato dalle pulsazioni della vita, quindi dall'amore, abbia già prodotto lo sterminio atomico, la guerra chimica e quella batteriologica".
Quindi: "Temete i giovani che costruiscono piccole gru! Nelle loro 

 

IL NOSTRO DIALETTO TIGLIETESE

Isabella Pesce

La cerealicoltura è sempre stata minima nella Valle dell'Olba. La produzione del grano era destinata non tanto per il commercio quanto per il consumo locale. Come abbiamo già visto, l'alimentazione era basata soprattutto sulle castagne, la polenta e le focaccette.
D'estate dunque, si faceva la raccolta del grano. Lasciamoci spiegare da Mariuccia come si batteva il grano "na vota".
ra stagun-1 era cirka sampe — u s tajava r gran - — i fazejva i matsi - i tajava kun- n amsurja da gran- ke avece d ese bela larga r era cu stia — dpoi j atri i fazejva di fasi ke i dizejvma kóve — i n an- fazejva di mugi dpoi kwànd 1 era ura i fazejva ben- n arsure — i r mtiva tutù e i fazejva tene tutù 1 era kun- er spie sempre drenta - ansuma 1 ì:ra i sjava ben- ben- ben- ben e poj i pasava kun- in- bulaku d èva e i diza isa en- me ra rikordu ben- kun- m pò d tera o dun-ka ina buza d vaka ka sekava ben- — dpoi i kacav er gran- a bej kuvun-?ii — ma kweli ki fazejva a kavarja kl era n- lenu grosu diiksi (G) poj u j era n toku d k'dr- ju — later leìiu 1 era cu ptcitu — e i batejva la — ma I eA na kosa — i ndava dàndrè mi e dizejva i s daràn- Kwarka baka^ntra a tèsta — dpdj i rastlaya kun^- un- ràstlè — er gran- i 1 mugava poj i 1 fazejva ku r valu per fé skape er j arèske aderii modu i pàn- kose d mil 'an- ni fa — poi i 1 mtiv 'ànti saki àntèr bàn-kà èr banka dèr gràn-
La stagione era più o meno San Pietro. Si tagliava il grano. Facevano dei mazzi. Tagliavano con una falce da grano che invece di essere bella larga, era più sottile; poi gli altri facevano dei fasci che chiamavano covoni; ne facevano dei mucchi, dopo quando era ora lo facevano seccare bene. Lo mettevano tutto e lo facevano tenere tutto, era con le spighe sempre dentro. Sull'aia tagliavano l'erba bene bene e dopo passavano con un secchio d'acqua e dicono (questo me lo ricordo bene) con un po' di terra o dunque uno stereo che seccava bene. Dopo buttavano il grano a bei covoni, ma quelli che lavoravano con la vetta che era un legno grosso così (gesto) e poi c'era un pezzo di cuoio, l'altro legno era più piccolo, e battevano la; era una cosa! Andavano all'indietro (io dicevo: "si daranno qualche bastonata sulla testa") poi rastrellavano con un rastrello. Il grano, lo ammucchiavano e lo passavano nel vallo per fare partire le reste.
Ad ogni modo, sembrano cose di mille anni fa! Poi lo mettevano nei sacchi e nelle cassapanca, quella del grano.
- er gran -: il grano
- in- matzu: un mazzo
- in- m'ugu: un fascio (di grano, di fieno, di i paglia, d'erba)
- in- kuvini-. • un covone
- ra spia: la spiga
- r 'amsurja: il falcetto, la falce
- l'era:^ l'aia
- ra buza d vaka: lo stereo
- ra kavaria: la vetta
- na baka: una bastonata
- in- rasile: un rastrello
- èr valu: il vallo
- n areska: una resta
- in- saku: un sacco
- er bànka: la cassapanca
- stiu; ^ sottile
- arsiye: seccare
- kacè: buttare
- sjè: i tagliare l'erba
- rastle: rastrellare
- muge: ammacchiare


UN LIBRO PER I NOSTRI LETTORI

Una vita in villa
Antonio Ravaschio


Presentazione e trascrizione di Beatrice Solinas Donghi
Sagep ed. Genova L. 15.000
"Una vita in villa" è certamente uno dei libri più curiosi e interessanti tra quelli prodotti in questi anni dalla Sagep. È un libro "scoperta", nel senso indicato da Beatrice Solinas Donghi nella presentazione, perché gli appunti e i disegni con i quali l'autore ha amorosamente raccontato la sua esperienza di giardiniere, ortolano, contadino "manente" in una villa di Albaro, nel corso dei suoi ottani'anni di vita, sarebbero certamente finiti nel nulla se la presentatrice non li avesse scoperti, trascritti nulla ne della cronaca, ne del memoriale, inteso nel senso tradizionale del termine. Antonio Ravaschio. racconta, anzitutto aiutandosi col disegno, ingenuo e fresco, ma sempre pertinente, come si viveva in Albaro, a due passi dal centro storico, a partire dagli inizi del secolo, fino a quando la periferia della città rimase caratterizzata da orti, giardini, boschi. Ville, appunto. Quelle ville avevano i "manenti" che eseguivano tutti i lavori: la cura del frutteto, dell'orto e del giardino, la fienagione, la battitura del grano, la raccolta dell'uva e la pigiatura. La vita trascorreva serena secondo il ritmo delle stagioni: veniva il tempo della caccia e allora si preparavano le gabbie con i ricami, le reti, si puliva l'uccelliera; venivano le feste di Natale, di S. Antonio, la Quaresima e poi la Pasqua, e per tutte queste circostanze c'erano grandi preparativi e tradizioni fedelmente rispettate. Il libro è dunque la storia di un modo di vivere patriarcale, descritto senza compiacimenti e toni moralistici, o, peggio, poetici. Semplicità, e di conseguenza freschezza, sono il carattere più vero dell'opera assieme a quello della testimonianza spontanea su un modo di vivere finito nel nulla. L'opera del Ravaschio non è neppure un'inchiesta - e fa bene a dirlo la Solinas Donghi nella presentazione - sulla società contadina ai margini della città; se mai lo spaccato di quella società visto dall'interno, da uno che, privo di un grosso fagotto culturale ma attento ad ogni segno, in quella società ha vissuto davvero. Un libro bellissimo, inutile scriverlo, dedicato a chiunque, non solo perciò a chi, attraverso queste pagine, riesce ad evocare il magico mondo dalle ville di Albaro.
 

INTERPRETAZIONE E SIGNIFICATO DI "VITA" DEI VEGETALI

Giorgio de Maria

Nascita, sviluppo, riproduzione, adattamento all'ambiente quindi appaiono le mete vitali più significative a cui ogni vegetale tende, e che cerca di raggiungere, lottando momento per momento, contro "ostacoli" che minacciano ripetutamente la sua sopravvivenza.
Le insidie però che si manifestano nel corso della loro esistenza, non provengono soltanto, dalle condizioni ambientali, contro le quali, come s'è appena accennato, le piante reagiscono con mirabili modificazioni protettive, ma soprattutto dagli "abitanti" che convivono nello stesso ambiente e di cui condividono lo stesso spazio vitale. La lotta per la sopravvivenza, nel mondo vegetale, assume cosi il più delle volte aspetti quanto mai "drammatici", perché si manifesta sia nel rapporto tra pianta ed animale sia tra pianta e suo simile. È noto infatti come gli animali erbivori traggano sostentamento da un gran numero di specie erbacee che crescono nel loro stesso "habitat" e come questo sia tanto più ospitale quanto più sia dispensatore di cibo. Come può dunque esistere questa convivenza costante tra piante ed animali senza che si alternino, in modo irreversibile, equilibri ecologici affermatisi in modo-così spontaneo e secondo leggi naturali immutabili?
Una risposta chiarificatrice ci proviene dall'approfondimento dello studio dell'evoluzione vegetale attraverso il tempo, mirabilmente sul fenomeno della "selezione naturale". Secondo tale teoria, ampiamente confermata da fatti oggettivi, tutti i vegetali capaci di procurarsi difese adatte ed efficaci modificazioni vitali, possono sopravvivere, mentre sono destinate a soccombere quelle forme non in grado di organizzarle. È evidente quindi che in molte delle specie viventi attualmente, si siano affermate delle valide risposte difensive alle ripetute minacce di estinzione, provenienti dalle esigenze di sostentamento degli animali erbivori.
Ne citeremo sinteticamente alcune tra le più note e diffuse nel regno vegetale. Ricordiamo innanzitutto lo sviluppo, in molte forme vegetali, della "spinescenza": un sicuro mezzo di difesa contro il morso degli erbivori, attuato da alcune piante, nel corso della loro evoluzione strutturale che consente loro di essere costantemente scartate e libere da ogni attacco animale.
Altre famiglie, apparentemente "appetibili", sintetizzano nel loro interno sostanze fortemente aromatiche, i cosiddetti "oli essenziali" che, nell'economia biologica di ogni specie rivelano una duplice funzionalità: da un lato evitano o limitano in forte misura, data la loro densità, l'inaridimento della pianta, provocato dalla traspirazione a cui sono potenzialmente soggette, a causa del loro habitat, localizzato in zone aride assolate e ventose, e dall'altro procurano, nell'odorato degli animali una forte repulsione ed uno sgradevole effetto, quando questi si avvicinano per brucarle.
È il caso, ad esempio, del Timo, della Lavanda, dell'Aneto e della Pimpinella, piante ad alto contenuto di "essenze" e perciò trascurate dagli animali.
E ancora, altre specie vegetali, sintetizzano, come difesa, composti chimici altamente velenosi, i cosiddetti "alcaloidi" che, causano gravi danni, se non quando la morte, per ingestione; il fatto che gli animali le respingono è dovuto probabilmente al loro istinto repulsivo, acquisito da esperienze "ataviche" nocive e tramandatesi per ereditarietà, nelle generazioni successive.
Quando invece i vegetali non sono in grado di organizzare alcun tipo di difesa fra quelle citate e si offrono apparentemente alla mercé degli appetiti animali erbivori, con la costante minaccia di sicura estinzione, ecco allora che intervengono altri accorgimenti che assicurano ad ogni specie, non la salvezza del singolo individuo ma la loro perpetuazione nel tempo e nello spazio, mediante la emissione e la propagazione di numerosi semi dalle caratteristiche di grande vitalità latente, di resistenza e di sopravvivenza nel tempo, che potranno determinare la produzione e la diffusione di successive generazioni di nuovi individui.
La famiglia delle Composite, una delle più diffuse nel mondo, ci fornisce un ottimo esempio al proposito. Tutte le numerose specie di questo gruppo infatti emettono, al termine del loro ciclo biologico, dei frutti allungati e dotati all'apice di abbondanti peli, che per la loro disposizione a raggiera, assumono un aspetto di un vero e proprio piccolo "paracadute".

Seconda successiva --> 

 
< Prec.   Pros. >

Articoli correlati

Annunci