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Numero 3/1981 PDF Stampa E-mail

SOMMARIO
LA VOLONTA' DI ESISTERE
UN VILLEGGIANTE A TIGLIETO Franco Scovazzo
RICORDO PER IL FUTURO Alberto Pesce
NOTIZIE DALLA PRO LOCO Alessandro e Aurora Schiapparelli
IL NOSTRO DIALETTO TIGLIETESE Isabella Pesce
IL BEL PAESE Michelangelo Pesce
TRE ORE CON UN AMICO Giovanni Meriana
DALLA HISTORIA DI TILIETUM ANTICHISSIMA CIVITACULA Goffredo Casalis


LA VOLONTA' DI ESISTERE


Con la lenta, inesorabile costanza delle ore, dei giorni, dei mesi, il 1981 volge alla fine. Finirà con gli altri negli archivi della storia e nella memoria della gente per la nostra cronaca quotidiana, destinata anch'essa a diventare storia per quanto ci riguarda. Come tutti noi, Tiglieto ha vissuto il suo breve, irrilevante o determinante 1981.
È stato l'anno nella nuova Pro Loco, proprio quando si temeva non potesse più sopravvivere. L'anno in cui il ponte romano ha messo in evidenza tutti i suoi guai. L'anno del tardivo arrivo dei villeggianti e del loro record di presenze. L'anno in cui non si è aperta la Pinetina. È stato l'anno delle inaugurazioni, ma soprattutto è stato l'anno della biblioteca.
Ci preme dire questo perché riteniamo essere la biblioteca parte integrale del patrimonio culturale di Tiglieto. È sorta così, senza far rumore, dalla polvere di una tradizione (o civiltà?) che spesso vagheggia, si perde, scompare e cade, ma riappare continuamente perché è nelle nostre ossa, di essa è forgiato il nostro spirito segreto, che molto spesso agli estranei non si rende evidente o da essi è volutamente ignorato.
Possiamo affermare tutto ciò perché facciamo forza e troviamo appoggio dalla grossa partecipazione che i tiglietesi hanno dimostrato alle prime attività della biblioteca. Le «Serate Tiglietesi», «Il Foglio», il «.Premio Tiglieto» sono stati apprezzati, ma anche giudicati in quella giusta misura che fa ritenere valide e necessario queste attività. Il nostro scopo di far intervenire la gente perché ne faccia parte integrante, credo sia stato capito anche se non interamente raggiunto.
In questa prospettiva intendiamo operare nelle future attività dei mesi a venire. Da questo punto di vista sono da considerare le prossime serate cinematografiche che la biblioteca andrà a realizzare non appena saranno ultimati i lavori nei locali a lei destinati. Ci farà pure visita il coro degli alpini di Rossiglione.
Tutto il nostro appoggio avrà pure la lodevole iniziativa di Sciutto Giuseppe e di altri appassionati per la realizzazione di un coro, per il quale la biblioteca invita alla partecipazione il maggior numero di persone possibile. Il tutto nel più rigoroso rispetto ed assoluta non ingerenza del già esistente coro della parrocchia, auspicando che non si debba distruggerne uno per far soppravivere l'altro. In questo numero «Il Foglio» esce arricchito di una pagina. È la prima puntata della storia di Tiglieto dello storico ottocentesco Goffredo Casalis, curata e trascritta da un gruppo della biblioteca, in modo che si possa conservare per una facile consultazione.

 

UN VILLEGGIANTE A TIGLIETO

Franco Scovazzo

 Tiglieto. Partendo da un luogo comune ormai abusato è un paese con aria e acqua buone, tanto verde, la possibilità di fare suggestive passeggiate in mezzo ai boschi; il fiume, con il vantaggio di bagnarsi in acque incontaminate; ha insomma tutte le caratteristiche che possono attirare i «cittadini» a trascorrervi vacanze e fine settimana.
Queste però, a mio avviso, non sono le sole ragioni e non le più importanti per cui la gente di città ha motivi di venire qui a villeggiare; cerchiamo un momento di analizzare quali altre attrattive ci possono essere.
Intanto possiamo dire che noi cittadini, oppressi dalla nevrosi che la stessa città ci attacca addosso come una malattia infettiva, la città che non riconosce più i suoi abitanti, non li difende come dovrebbe anzi, contribuisce a rendere sempre più stressante la vita di chi vi abita, isolandolo sempre più; siamo quindi spinti verso la campagna o la montagna alla ricerca di un luogo tranquillo dove poterci scaricare delle ansie accumulate nella settimana o durante un anno di lavoro svolto in condizioni ambientali quasi sempre proibitive per il nostro fisico e la nostra mente; ci basta però un po' di verde, tanti colori naturali, la mancanza degli ossessionanti cartelli pubblicitari e l'attenuarsi dei rumori per darci un po' di respiro e per ritrovarci non più oppressi come in città.
Un'altra ragione può essere quella per la quale l'uomo in quanto provieniente, sia pure a lavello ascendenti anche remoti, dalla montagna o dalla campagna tende inconsciamente a ritornarvi per ritrovare in essa quell'equilibrio e quella serenità, oramai quasi irrimediabilmente perduti, che si è meritato dopo una vita di lavoro.
Quanto scritto sopra potrebbe andare bene per tutti i paesi di montagna o campagna direte voi, per me invece c'è una sostanziale differenza, Tiglieto è disposto senza un vero nucleo centrale in modo da rispettare il riposo e il bisogno di tranquillità di tutti e, nello stesso tempo, mantiene quelle equidistanze fra le abitazioni nelle quali ognuno si sente libero ma in una comunità, alla quale, per sua libera scelta, può ricorrere tutte le volte che vuole e non sentirsi isolato come in città. Altri paesi e i loro abitanti invece molto spesso si dimenticano di avere una cultura e delle tradizioni delle quali dovrebbero andare fieri per copiare la città nelle sue manifestazioni più retrive e deleterie, quali agglomerati di cemento addossati gli uni agli altri ecc.
IL «cittadino» però, memore delle esperienze che fa quotidianamente nel posto di lavoro e nel quartiere dove abita, dovrebbe rispettare di più l'ambiente di Tiglieto, perché quando il fiume fosse inquinato, le strade e i campi pieni di immondizia, il paesaggio deturpato da brutture edilizie, cadrebbero tutti i presupposti per una sana e tranquilla permanenza in questo paese.
Una noticina se mi è permessa. Devo applaudire alle iniziative delle appena costituite Pro Loco e Biblioteca Comunale, le manifestazioni da loro organizzate hanno avuto un grosso successo anche di pubblico pur se contenuti in quella sobrietà che caratterizza del resto questo paese e che fa parte della sua cultura.
Ho apprezzato moltissimo la proiezione dell'audiovisivo «Uccelli Migratori» di Michelangelo Pesce che ho trovato molto bello nella fotografia che però in questo lavoro è certamente al servizio di un testo superiore e anche molto graffiante nella sua vena polemica.

 

RICORDO PER IL FUTURO

Alberto Pesce

Colgo con piacere l'occasione offertami dagli amici del «Foglio» per poter esprimere pubblicamente il mio ringraziamento a coloro che mi hanno considerato degno dell'assegnazione del premio «Tiglieto».
Trovo altresì necessario ribadire qui il concetto che con questo premio non è stata premiata la mia persona bensì solo il rappresentante di quel gruppo di giovani che, circa 10 anni orsono, per loro spontanea iniziativa — senza alcuna spinta politica o aspirazione di arrivismo sociale — hanno trovato il tempo ed il modo per dedicare una frazione della loro gioventù al bene comune del proprio paese.
A distanza di anni non riesco quasi a spiegare ed a spiegarmi razionalmente ciò che effettivamente è successo: rimane per me un momento magico che ha visto l'incontro di diversi giovani, di provenienza e formazione sociale altrettanto disparata, i quali con il loro «trovarsi «insieme» hanno saputo porre le basi per creare un qualcosa di concreto, di positivo e di utile da donare a Tiglieto.
Il nome stesso «Gruppo Giovani Tiglietesi» forse è l'unica via che ci rimane per giungere alla giusta interpretazione di cosa è stato fatto: in quelle tré parole è racchiuso il significato di quel movimento che, pur essendo quasi nato come gioco, con le sue nuove idee, con le sue nuove forze ha segnato una svolta decisiva nella vita socio-culturale di Tiglieto, che oggi può con orgoglio godere di quegli sviluppi e di quelle iniziative che sono sicuramente scaturite da quei lontani germogli e l'esistenza di questo stesso «Foglio» ne è una limpida e concreta conferma.
Senz'altro il ns. operato non sarà stato scevro da errori, ma, si sa, con la saggezza del «poi» è troppo facile giudicare 11 passato, a scudo del quale rimane una incontestabile inesperienza di fondo.
Concludendo, indipendentemente dalle simpatie suscitate e dagli assensi incontrati, questa esperienza è stata per noi componenti del G.G.T. un grande e profondo arricchimento spirituale ed umano, grazie al quale ci sentiamo in dovere di porgere un sincero augurio alla nuova generazione perché il ns. esempio non rimanga un fatto a sé o un'esperienza irrepetibile bensì serva da spunto e da stimolo per poter fare, magari sotto nuovi schemi e attraverso nuove strutture, qualcosa di realmente utile per la comunità di Tiglieto.

 


NOTIZIE DALLA PRO LOCO

Alessandro e Aurora Schiapparelli

Riceviamo dalla Pro Loco di Tiglieto e pubblichiamo in via del tutto eccezionale cedeste articolo, sebbene non sia consono allo spirito di questo giornale.
In riferimento all'articolo di Michelangelo Pesce apparso sul Foglio n. 2, desideriamo esprimere qualche obiezione al giudizio negativo espresso sulla Pro Loco e la sua attività.
Siamo rimasti dapprima stupiti dell'opportunità di tale giudizio, in sé e per sé, ma non ci interessa poi saperne i motivi, quanto ci preme far rilevare l'infondatezza delle affermazioni. Respingiamo intanto decisamente la frase secondo la quale la Pro Loco non è "veramente indipendente, libera da gruppi": chiediamo solo all'autore di avvalorare le sue affermazioni con riferimenti precisi ed esaurienti.
Ma vogliamo trattare un altro punto (al di fuori di ottuse polemiche): l'altra affermazione dell'autore, e cioè che la Pro Loco dovrebbe "evitare di far crescere tradizioni che non sono mai esistite". Affermazione categorica e decisa. La Pro Loco, come si sa, adopera l'"aggettivo" tradizionale riferendosi alle varie feste, come la festa del Pollo, della Castagna, ect.
Qui non è il caso di discutere sul significato delle parole : è ben vero che non si tratta di antiche tradizioni, ma è altrettanto vero e incontrovertibile che queste costituiscono ormai una consuetudine... e a parte le etimologie, in sostanza, chiediamo: «Quali sono o quali erano le manifestazioni autentiche tradizionali di Tiglieto?».
Dobbiamo proprio lasciar perdere quel poco che esiste?
Il ritorno ad una immagine bucolica e idilliaca, da certuni vagheggiata, è, secondo noi, falso, stonato ed anacronistico: la realtà passata di Tiglieto, come degli altri paesi, è stata una realtà tutto sommato brutale, fatta di sudore e di emigrazione, di servaggio fisico e psicologico. E quando il contadino indossava il «vestito della festa» non era, e non è, affatto triste e ridicolo.
Ma noi crediamo in fondo che le parole dell'autore fossero in buona fede scaturite dal fervore «culturale» che lo anima, però egli è dimentico, nei riguardi della Pro Loco, del detto latino «verba volant, scripta manent».
Perciò noi vogliamo ora esporre, a nostra volta, alcune considerazioni.
Il fervore «culturale» cela talvolta il vuoto di reali in teressi, o in altri casi nasce da una sorta dì «horror vacui» che deve essere colmato per forza, e non dal desiderio genuino di leggere il tal libro, ma dall'incapacità di restare soli con se stessi. Lo slogan «sento che ho qualcosa da dire, ma non so che cosa» sta evidentemente diventando sempre più emblematico.
Certo occorre comprendere anche il senso serio di questa frase, che riflette lo sforzo di chi alfine si cimenta con la particolare «cultura cerimoniale»; ma bisogna prima di tutto dissociarsi dai propugnatori di feticismi culturali, affinchè il loro confuso e presuntuoso attivismo non offuschi la vera cultura, che è critica e riflessione; e fuggire il fragore che assedia l'autentica cultura, celando a tanti il senso delle cose.
Ma l'importante, alla fine, è vicendevolmente rispettare la Weltanschauung di ognuno, al di fuori di sterili faziosità.
Vogliamo congedarci augurandoci, nonostante la sentenza di Terenziano: «Libelli sua fata habent», che al più presto la Biblioteca porti a compimento l'incarico che le compete, proprio quello più semplice e letterale.

Mi giunge inattesa e per molti versi inopportuna, una lettera o articolo dalla Pro Loco di Tiglieto. Il tono della stessa ed i marchiani errori di interpretazione relativi ad alcune mie considerazioni, non richiedono alcun commento. Mi auguro tuttavia, che la Tiglietese Pro Loco non sia quella rivelatasi nella suddetta lettera. Pochi tiglietesi vi si identificherebbero. E per Terenziano valga una vecchia saggezza popolare della nostra gente: "loudite cavagnu ch'or fundu l'é bun...
Michelangelo Pesce

 


IL NOSTRO DIALETTO TIGLIETESE

Isabella Pesce

La prima caratteristica dei sostantivi (nomi) tiglietesi è il gran numero degli ossitoni (parole che hanno l'accento sull'ultima sillaba es.: [amé] (miele)
Numerosi sono quindi i sostantivi latini che in Tiglietese subiscono il fenomeno di apocope (caduta dell'ultima sillaba)
es. : FÌLU > [fi]
APRÌLE > [avri]
MULÌERE > Liiiujé]
PÉDE > [pé]
Tra gli ossitoni importati da altre lingue, sono da notare i nomi che provengono dal francese :
es.: sofà > [sufà]
buffet > [bùfé]
barrii > [bari]
-ni e n'd pronuncialo la i\ velare (l\ > inj ;
es.: GRANU'E > [gritn]
VINU > [vin]
PANE > [pàn]
BENE > [ben]
IL PLURALE DEI SOSTANTIVI TIGLIETESI
1) Numerosi femminili in [-a] mantengono il loro plurale in [-e]
es.: [vàka] (mucca) pi: [vàke]
I maschili in [-a] poco numerosi, che tranne BARBA > [barba] (zio) sono forme dotte :
[dentista], [artista], hanno un plurale in [-i] come in italiano
es.: [dentisti], [artisti]
2) I maschili in [-u] hanno un plurale in [-i]
es.: [Lùvu] (lupo) pi: [Lùvi]
[pràtu] (prato) pi: [prati]
3) I sostantivi maschili in [-e] hanno un plurale in [-i]
es.: [pùnte] (ponte) pi.: [pùnti]
I femminili in [-e] mantengono il loro plurale in [-e]
es.: [vùrpe] (volpe) pi: [vùrpe] La distinzione del plurale e del singolare femminile è fatta dagli articoli e gli aggettivi
^ es.: [ra vùrpe], [^r vùrpe]
[ra gènte] ha solo forma singolare come in italiano.
4) Per i sostantivi maschili latini che finiscono in -LI o -RI al plurale, costatiamo in tiglietese la caduta della consonante -L- o -R-
es. : FILIGLI > [Fj0i]
PASTORI > [pastùi]
gli ossitoni femminili si dividono in due gruppi:
a) i nomi in [-a] che hanno un plurale in [-àe]
es.: [verità] pi: [veritàe]
b) i nomi in [-è] che hanno in generale un plurale in [-ère]
es.: [mujé] (moglie) pi: [mujére]
5) I plurali maschili latini in -NI e femminili in -NE preceduti da una vocale tonica (accentuata) sono formati in tiglietese aggiungendo [n] davanti a [i] marca del plurale maschile e femminile
es.: PATRONI > [patrùnni] (padrone); sg: [patrùn]
FINI > [Finni]; sg: [Fin]
IL GENERE (MASCHILE - FEMMINILE)
La distinzione dei generi per i sostantivi tiglietesi si fa con:
a) l'opposizione delle desinenze
I maschili in [-uJ hanno i femminili in [-a]
es.: [Fijuj, [FijaJ (figlio, figlia)
I maschili che finiscono con [n] hanno i femminili in l-naj
es.: [bibin] (tacchino), [bibinna]
[patrùn] (padrone), [padrùnnaj
b ) la variazione della radice e della desinenza
es.: [névu] (nipote), [nétsaJ
[gàlu] (gallo), [galinna]
e ) la variazione del suffisso e della desinenza
es.: [maSlf] (macellaio), [maSl^raj
d) parole diverse
es.: [ómu] (uomo) [dona]
[pare] (padre), [m^re]
[fra] (fratello), [s5>]
[msé] (nonno, suocero), [nòna]
[barba] (zio), [Lala]
[béku], [kràva](capra)
[muntùn], [pévra] (pecora)


IL BEL PAESE

Michelangelo Pesce

Credo che Tiglieto sia un paese difficile da capire anche per noi che lo abitiamo; senza ombra di dubbio un estraneo, che non lo frequenti per diverso tempo, non ne capisce la vera natura: o ne resta subito entusiasta, oppure ne è deluso. Non si riesce a capirlo in fretta e a fondo, perché la sua natura morfologica è troppo vasta, troppo sparso geograficamente non è sempre uniforme nelle varie componenti. Difficilmente, poi, ci proponiamo di approfondire i problemi che stanno alla base della nostra società, per il semplice fatto che abitandovi quotidianamente pretendiamo di averli già capiti. Eppure slamo un paese interessante, sia per gli urbanisti che per i sociologi, per i naturalisti o per gli storici.
Geograficamente l'Orba lo taglia in due, ponendo al centro la piana della Badia la quale è stata a lungo il cuore del paese e dell'intera valle. Tale divisione non è solo puramente geografica in quanto che le due regioni distinte di Montecalvo alla destra del fiume, e Acquabuona sulla sinistra sono diverse come cultura e natura politica.

Siamo nell'alta val d'Orba il paese più antico: l'antica Civitacola dei Romani e Longobardi; la meta dei frati cistercensi nel dodicesimo secolo e dei villeggianti del secolo ventesimo. Uno dei rari paesi che sia riuscito a salvare la sua natura urbanistica negli anni del boom economico, evitando l'urbanizzazione ; selvaggia, che a Tiglieto avrebbe significato la morte dei piccoli borghi oppure l'alterazione della natura montana delle proprie abitazioni distanti tra di loro e situate in ordine sparso. Tiglieto è decentrato rispetto alle grandi vie di comunicazione poiché la provinciale numero uno altro non è che una bellissima strada panoramica. La rete delle strade comunali, quasi tutte asfaltate, è più che sufficiente e ben mantenuta, tale da essere considerata un vanto di questo paese. Particolarmente costosa è la viabilità invernale, visto che si sacrifica ad essa gran parte del bilancio comunale. Manca quasi totalmente la rete fognarla correndo il rischio di inquinare l'Orba se già non ci siamo riusciti con i corsi d'acqua minori che rivelano la natura consumistica dei tiglietesi, soprattutto stagionali. In totale riusciamo a prosciugare, almeno in estate, la capacità di ben tre acquedotti, tanto da renderne necessaria la realizzazone di un quarto dalel proporzioni gigantesche. C'è che tagli i boschi, chi costruisce case, chi si dimentica di depositare la spazzatura negli appositi contenitori, ma sostanzialmente Tiglieto resta quello di tanti anni fa.
Dicono che i negozianti sono esosi, ma i villeggianti continuano ad arrivare in numero crescente. Sempre i negozianti o gli esercenti in genere si lagnano per gli scarsi guadagni, ma difficilmente cedono i propri negozi. Sarà l'atavico desiderio di non disfarsi delle cose di famiglia. Non abbiamo negozi particolarmente caratteristici e sofisticati perché dicono che la città è vicina! E poi far acquisti in via Sestri o via XX Settembre da più tono. Tuttavia anche i venditori ambulanti se la passano bene.
Siamo un paese piccolo borghese, dove le divisioni tra le classi non si notano più. Probabilmente è un paese benestante perché siamo in pochi e si sa che gli utili sono maggiori se a dividerli non si è in troppi. Qualcuno, per la verità, possiede anche i quattrini; cerca di non darlo a vedere, ma in cambio pretende potere. L'emigrazione ha impoverito demograficamente la valle dell'Orba e con essa Tiglieto. È andata diminuendo negli ultimi anni tanto da fermarsi e in tempi recenti di invertire il suo corso.
Il sussidio assistenziale che lo stato eroga ai tiglletesi non lo conosco esattamente, certo i pensionati sono tanti, pochi i privilegiati; tanti coloro che ricevono il sussidio dalla Francia in qualità di ex lavoratori presso quello stato. Tuttavia non siamo il «meridione» della Liguria perché le nostre aziende artigiane sono fiorenti come il turismo e a loro volta sborsano fior fiore di quattrini all'erario dello stato. Non ci sono più poveri o presunti tali. Al Comune e agli enti predisposti è difficile erogare i sussidi per le persone meno abbienti semplicemente perché non ci sono o è difficile individuarle. L'ottanta per cento dei tiglietesi vive in casa propria, quando la richiesta di alloggi per la villeggiatura è doppia dell'offerta. La totalità delle abitazioni dispone dell'acqua corrente e dell'energia elettrica; quattro famiglie su cinque possiedono il telefono e quasi tutte il televisore; spesso a colori. Quest'ultimo è la causa della perdita di certe tradizioni che accomunavano famiglie diverse.
Da un palo di generazioni è scomparso l'analfabetismo. Il desiderio di studiare e di conoscere è sempre stato vivo tra questi marinai senza vele. Oggi qualche giovane arriva spesso all'università; quasi mai si ferma alla scuola dell'obbligo con il conseguente impoverimento di braccia e di idee per l'artigianato locale. Spesso chi, per motivi diversi, è emigrato all'estero ha fatto i soldi. Qualcuno ha sfruttato situazioni favorevoli, qualcuno si è fatto pochi scrupoli, ma soprattutto hanno lavorato sodo. La quasi totalità degli emigrati verso la Francia si è rotta la schiena squadrando tronchi di rovere con l'unico scopo di tirare avanti, farsi la pensione e la casa.
Le donne sono piuttosto emancipate e progredite e forse per questo non esistono femministe. Da anni portano i calzoni, in quanto al tempo degli emigranti erano loro a mandare avanti la famiglia; tutt'oggl sono più progredite degli uomini, infatti dispongono di ben due parrucchiere mentre di barbieri neanche l'ombra!
Di certo siamo piuttosto intelligenti, e a modo nostro progressisti; laici a nord-est, cattolici a sud-ovest; risparmiatori più che avari.
Per chi arriva a Tiglieto dal passo della Crocetta, vede il paese adagiato in una conca verdeggiante e amena. Soprattutto è la conca del piccolo artiglanato. I lavoratori in proprio sono quasi tutti artigiani del legno, edili e tessili. Si scavano ancora i rudimentali cucchiai di legno; qualcuno intarsia soprammobili e altri riescono a far quadrare il bilancio con la raccolta dei funghi, mentre i contadini, ormai, sono tutti in pensione.
Forse siamo gelosi della nostra proprietà e del nostro ingegno, cosi che quelle forme più moderne di sviluppo (vedi cooperative) tardano a decollare e se si realizzano sono un fallimento.
Siamo un paese tradizionalista ma da venticinque anni ci guida un'amministrazione di sinistra e da altrettanti abbiamo lo stesso sindaco: figura bellissima, per onestà e simpatia, da taluni invidiataci, da poetili apprezzata.
La corruzione del potere è bandita da tempo o cosi ci è dato da vedere.
Non abbiamo sindacati, ma talvolta sembrano apparire le corporazioni. I muri non sono imbrattati da scritte pseudo-culturali, bensì dalle caselle per i manifesti elettorali, forse, per le numerose spese di amministrazione, il comune non trova i soldi per l'acquisto di quei pratici e più eleganti pannelli per i manifesti. Anche i partiti politici appaiono un po' sbiaditi; brillano solo in occasione delle votazioni amministrative quando vengono un po' tutti a cercarci per raggiungere quel fatidico numero dodici nella scheda elettorale. A dire il vero il P.C. d'estate si vede un po' di più, se è vero che con la sua festa dell'Unità fa... ballare anche quelli dell'altra parrocchia.
Cerchiamo di, avere meno fastidi possibili, e per questo sembriamo un poco abulici come chi ha già avuto tutto. Si critica un po' tutti: l'amministrazione comunale, la parrocchia, la scuola, il vicino. I cacciatori, per essere più coerenti hanno formato addirittura due sezioni di caccia. Spesso cambiano l'amministrazione della Pro Loco, poiché, non siamo ancora riusciti a capire bene cosa potrebbe significare per noi. Si direbbe che siamo un popolo di devastatori ma così non è.
Spesso litighiamo con i villeggianti che ci sembrano talvolta esagerati ed esigenti, ma da parte nostra non riusciamo a capire cosa rappresentano veramente per noi.
Socialmente e umanamente slamo piuttosto progrediti come si deve a un popolo che ha una storia. Ci manca la farmacia ma abbiamo l'ambulatorio, l'autoambulanza e medici a volontà. L'autoambulanza si regge sul sacrificio personale di pochi per quanto riguarda l'amministrazione ed il servizio, mentre economicamente contribuiamo un po' tutti visto che... ognuno potrebbe averne bisogno. Il ricordo delle lunghe attese dell'autobus sulla provinciale o delle lunghe sgroppate del bambini per raggiungere la scuola è lontano, legato, al miei tempi. Il servizio garantito dal comune per i più distanti è efficiente, mentre per gli altri, al trasporto della cartella, ci pensano i solerti genitori.
Siccome siamo un paese che nel campo religioso ha un passato, è importante la presenza in loco del parroco e se non c'è, come è successo di recente con la morte di don Renato, ne sentiamo la mancanza, salvo poi, quando c'è a, ricordarcene solo in occasione delle feste di precetto o in occasione di funerali. Probabilmente non siamo un popolo di santi e nonostante decine di caduti in guerra non siamo neppure un popolo di eroi.
Per tutto ciò Tiglieto è un paese diverso e forse unico: -simpatico e introverso; allegro e impegnato. E il Bel Paese. Abbiamo scelto di starci non solo perché qui nacquero i nostri padri. Viviamo quassù perché sulle rive dellOrba nell'Appennino ligure c'è uno stile di vita diverso: alla tiglietese.

 


TRE ORE CON UN AMICO

Giovanni Meriana

Sono quasi le due del pomeriggio di un sabato ventoso e nuvoloso, perfettamente intonato con l'avanzata stagione autunnale.
Sono partiti tutti ed assaporo fino in fondo la sottile malinconia che permea la casa buia e silenziosa dove mi attardo preparandomi ad uscire.
Era tanto che aspettavo l'occasione per fare una bella camminata.
Allaccio gli scarponi e prendo i vecchi binocoli. Chiudo la porta alle mie spalle e, afferrato il fedele bastone, mi allontano dalla casa ormai deserta.
Raggiungo in macchina il Cimitero, era un po' che non ci venivo ed è da qui che ho deciso di iniziare il mio giro.
Una breve visita ai nonni; sono sempre là con la loro bell'aria serena. Mi pare quasi di rivederli: lei indaffarata e sicura, lui, con la pipa, appoggiato allo stipite della porta.
Ciao, a più tardi.
E via per i boschi seguendo i miei ricordi.
La vecchia strada della Badia... chissà com'è ridotta...
Eccola, quanto era che non ci passavo? Quindici, vent'anni? Hanno fatto un lago artificiale che rispecchia tutto il paese.
Il Ruta, vorrei andarci, salire su quel piccolo altipiano, ma poi decido diversamente, proseguo verso il Bric-delle-rocche.
L'attacco è violento. Roccia e pietre aguzze; spigoli vivi.
Qualche volta ho incontrato qui padre e figlio intenti a cercare qualche frammento di quarzo. Mi pare quasi di risentire i colpi vibranti dello scalpello.
Salgo su per quello che è stato un sentiero e che ora non è che una traccia che a tratti si perde e si raggiunge qualche metro più avanti.
Iniziano gli alberi e, quasi subito, mi trovo nel mezzo di una fungaia di «ferrandi» - Boletus Satana dice il libro ed è satanico veramente quel suo assomigliare cosi bene al pregiatissimo porcino.
Salgo ancora per il sentiero serpeggiante, il respiro si fa un po' affannoso. Sono fuori forma oppure ho mangiato troppo.
Passerà, andiamo avanti.
Proprio sul sentiero quasi calpesto un «sanguin». Mi chino a raccoglierlo e ne scopro altri due. Un sacchetto di nylon che trovo in una tasca diventa provvidenziale.
Ancora pochi passi poi mi imbatto in un melo selvatico. I piccoli frutti sono aspri ma tolgono la sete.
Riprendo la salita, ormai vedo già nettamente la sommità del canalone che sto risalendo. Gli alberi di rovere lasciano il posto ai pini ed il terreno è nuovamente sassoso, con radi fili d'erba giallastra.
Il vento si fa sentire più forte e a tratti porta le voci di due persone che intra vvedo sul versante in faccia.
Eccomi sulla cima.
Rivolto a nord ho sulla destra l'ampia, bellissima valle di Tiglieto. Il paese è in faccia, quasi alla mia altezza. Tra di noi la verde vallata della Badia con i suoi preziosi cimeli, al suo margine il fiume attraversato dai due ponti e, a raggiera, il severo susseguirsi di vallate.
Con il binocolo riesco a distinguere, tra gli alberi, un pezzetta del tetto di casa mia.
A sinistra altre vallate, ma più cupe e profonde. Il paese di Olbicella stretto tra i monti ed il fiume che serpeggiante scorre verso il Piemonte di cui si indovinano gli ampi campi ed i vigneti distesi a perdita d'occhio.
Che nuvoloni neri ci sono laggiù, certamente sta piovendo, e il vento soffia proprio verso di me.
Ancora pochi passi ed ecco il cippo di confine. Il «tenna»come lo chiamano qui.
Mi siedo con un piede in Liguria ed uno in Piemonte e mentre continuo a scrutare le vallate circostanti, i ricordi mi aggrediscono come folate di vento.
Quando sono salito fin qui l'ultima volta? Avrò avuto quattordici anni... Quanto tempo è passato, e come è passato in fretta! Ero venuto con W in cerca di «sanguin» e ne avevamo trovati tanti da non poterli trasportare.
W ...quanti pomeriggi passati insieme a giocare sui prati o nel fiume. Allora non avevo niente ed i nostri giochi erano costruiti sulla fantasia. Unica realtà, sempre presente, erano le vacche da guardare perché non si allontanassero troppo.
Tutto era gioco allora, anche caricare il carro del fieno o l'andare in giro per qualche commissione.
Chissà se anche lui ricorda quello che ricordo io.
Via, andiamo avanti, il passato è passato e per quanto bello possa essere stato non si può vivere solo di ricordi.
C'è un sentiero che va verso sud. Non l'ho mai percorso e, anche se non è difficile indovinare dove mi porterà, lo imbocco risolutamente. È sempre emozzionante seguire un sentiero per la prima volta. Quando lo si imbocca si ha davanti l'ignoto, il futuro; alle spalle il passato, la storia. È come una piccola vita da percorrere passo dopo passo.
Sorpresa! Cammino ih mezzo ad una distesa di prataioli giganti. Sono incredibilmente grandi, mai visti di queste dimensioni. I più sono vecchi e ormai non più commestibili, ma ne raccolgo diversi, tanto da riempire il mio provvidenziale sacchetto.
E pensare che non sono partito per andare a funghi !
Ad una svolta un incontro inatteso. Scambio qualche parola poi ognuno riprende per la propria strada.
Un giovane pino porta i segni di una ferita. Una striscia di corteccia è stata strappata per quasi tutta la sua lunghezza. Impiego qualche tempo per rendermi conto che la causa del misfatto è il fulmine. Osservando meglio scopro il ramo che ha fatto da parafulme; poi la ferita si allunga a spirale per tutto il tronco fino a terra dove l'energia si è scaricata formando un pozzetto di circa 20 centimetri di profondità.
Tutt'intorno schegge di legno e corteccia. Ne raccolgo una e riparto.
Il sentiero si snoda per le valli mantenendosi prossimo alla quota massima. Passo dopo passo lo percorro assaporando il vento e l'aria pungente e riempiendo gli occhi di verdi orizzonti che già iniziano a tingersi dei caldi colori dell'autunno.
In una piega del monte il sentiero attraversa un ruscelletto. L'acqua scende saltando allegramente tra le rocce scoscese. È limpida e fresca e la sete diventa improvvisamente un piacere.
Mi appoggio alla roccia quasi in un abbraccio e bevo tuffando il viso tra i bianchi spruzzi. Il piacere che mi procura quel contatto ha un che di primitivo, è quasi un rito, l'unione dell'uomo con gli elementi della natura che lo circonda e lo cresce.
Quando riprendo a camminare il vento che colpisce il mio viso porta le prime gocce d'acqua del temporale che si è, nel frattempo, avvicinato.
È tempo di scendere. Imbocco il primo sentiero che vedo alla mia sinistra e scivolo veloce verso la Badia.
Il sentiero è tortuoso e a tratti si perde. Ad un certo punto trovo le tracce del passaggio di un trattore. Devono essere passati diversi anni, ma i segni sono inconfondibili anche se la vegetazione, per una specie di pudore, sta cercando di cancellarli.
Ad ogni passo la vegetazione si fa più fitta e il sottobosco è quasi buio.
Penso di essere all'incirca tra i Zorzi» e il «Castletto».
Ad un bivio prendo a destra e poco dopo appaiono le rovine di quella bella casa che è stato il «Castletto».
Con il cuore stretto da una morsa di tristezza mi avvicino alla casa. È una costruzione piuttosto lunga costruita secondo i canoni più classici di queste zone: tetto a due venti, sotto le stalle, sopra la cucina e tré stanze, una in fila all'altra.
Quante volte sono passato di qui quando andavo per funghi da ragazzo. Ricordo che era già disabitata, ma ancora in buono stato. Ora il tetto è crollato ed i muri hanno iniziato la loro lenta agonia.
Tré case: «Castletto» ad est, «Zorzi» al centro e ad ovest lo «Armitto».
Da ragazzo ho visto, ancora in piedi, la prima e l'ultima; poi, qualche anno fa, durante una passeggiata, non avevo più trovato l'Armitto e solo dopo qualche giro avevo scoperto un cumulo di pietre coperte di rovi, dal quale mi ero allontanato con un senso di angoscia.
È con la stessa angoscia che volto le spalle al Castletto e riprendo la discesa verso il piano.
Poche centinaia di metri ed ecco la vecchia strada che dalla Badia sale alla «Scuia». Attraverso un boschetto risalgo verso il Cimitero dove arrivo sotto una pioggia già insistente.
Il giro è finito. Risalgo in macchina e in pochi minuti ritorno alle quotidiane realtà. L'animo è però più sereno e disteso. Le tré ore trascorse da solo nei boschi rimuginando pensieri e ricordi hanno lavato via dalla mia mente tutte le preoccupazioni e le ansie quotidiane. Rientro in casa con la sensazione di aver incontrato un vecchio, carissimo amico che non vedevo da tanti anni.

 

DALLA HISTORIA DI TILIETUM ANTICHISSIMA CIVITACULA

Goffredo Casalis

INTRODUZIONE

La Biblioteca comunale, attraverso alcuni suoi appartenenti, ritiene assai interessante presentare alla gente del luogo, ai villeggianti ed in genere a chiunque interessa, una ricerca sulle origini del comune di Tiglieto.
Ci è possibile indagare indietro nel passato diciamo pure remoto (oltre 850 anni fa) grazie all'opera dello storico Goffredo Casalis, che a metà del secolo scorso si ingegnò sulla storia di Tiglieto che significa, essendo Tiglieto stesso un comune «giovane», storia della Badia giacché quando colà già fioriva da secoli l'opera del monastero, qua, dove oggi vi è la chiesa ed il centro del paese vi erano solo case contadine distanti tra loro.
Il Casalis usa il linguaggio dell'epoca che a noi sinceramente non dispiace giacché, tra l'altro, è facilmente comprensibile.
Diciamo subito, così per comporre un quadro generale che, abbraccerà il periodo che va dalla fondazione presunta della Badia, intorno al 1120 sino al 1800, periodo nel quale la storia di questi luoghi si è articolata tutt'attorno alla piana di Badia ove ancor oggi esiste la chiesa.
Prima di parlare di storia vera e propria, il Casalis vuole offrire, al lettore di allora, un quadro generale di Tiglieto parlando dell'antico nome della Zona (Civitacola), accennando alla topografia del luogo con frasi gustose, trattando dei luoghi più importanti di allora (1850) con cenni geologici, meteorologici, sulle condizioni degli abitanti, sulla produzione del suolo e sulle religioni.
Si ha quindi, prima di ritornare al lontanissimo 1100 una situazione di Tiglieto in linee generali al 1850. Dato che quest'ultima ha notizie oltremodo interessanti, precederà la sottrazione storica vera e propria anche se in ordine cronologico dovrebbe venir per ultima.
Quanto a noi scritto è tratto dalla seguente opera: Goffredo Casalis - Dizionario Geografico - Storico statistico commerciale degli Stati di S. M. il Rè di Sardegna - Vii. XX - Torino 1850.

Parte I - Presentazione dei luoghi

Detto che allora (1850) Tiglieto era comune sotto Sassello e che dipendeva dal magistrato d'appello di Genova egli afferma: «Vuoisi che questo luogo abbia mutato l'antichissimo nome di Civitacola in quello di Tiglieto dai molti tigli che coprivano la pianura nella quale fondassi la celebre Abazia».
Subito dopo un accenno delle coordinate geografiche (allora il meridiano base era quello di Parigi) egli si inoltra nella topografia e dice «Su per entro i monti che fanno tetra corona alle sorgenti dell'Olba, la valle ogni dove arida e ristretta si apre di circa un miglio dando luogo ad una verdeggiante e coltivata pianura. I dorsi che la circondano sono: a levante il M. Calvo o Preisa di m. 650». L'autore a nostro avviso descrive la visione della piana giungendovi da Orbicella ecco perché parla di valle arida e ristretta che altrimenti ci troverebbe in disaccordo.
E poi ancora: «Quasi nel mezzo di questa pianura trovasi la vetusta Abbazia Cistercense già chiesa parrocchiale di questo luogo ed una parte del suo antico monastero ora palazzo dei marchesi Raggi. In una sala vi si ammira il busto del Papa Innocenze X, lavoro del Bernini e pure un bassorilievo rappresentante il cardinale Raggi.
A.qualche distanza dal palazzo stanno, divìse le une dalle altre, poche rustiche case, una fabbrica da ferro ed un mulino.
A libeccio di quest'ultimo luogo pianeggiante si trova la borgata Acquabuona: ivi è una piccola Chiesa dedica a S. Gottardo.
Un miglio a levante nella regione Montecalvo sta un'altra borgata detta Aste e a poca distanza (località Ramerà) vi è una chiesuola eretta nel 1843 dal Rev. Don Giovanni Pesce.
Le restanti case, in tutto 192, si trovano sparse a notevoli lontananze le une dalle altre e ordinariamente negli angoli rientranti dei monti che sono esposti a ponente.
Tutte queste case hanno intorno pochi e miseri campicelli coltivati a grano, segala e più spesso a patate.
Il resto del luogo è ricoperto da boschi popolati per una metà da castagni e per l'altra da faggi, roveri, ontani, ovvero rattristanti balze di nude roccie rossastre tra la commessura delle quali vengono fuori alcuni radi e rustichiti cespugli».
L'autore passa poi a trattare cenni mineralogici dicendo tra l'altro che «le rocce serpentinose che formano le ingenti masse sovrastanti al litorale tra Sestri Ponente e Varazze si estendono a settentrione sino alla parte pianeggiante dell'Appennino, dove si perdono sotto il terreno terziario medio, ond'è ch'essa costituiscono tutta la parte superiore della Val d'Orba».
Non tralascia certo un cenno sui filoni d'oro della valle (ancor oggi, ogni tanto, se ne parla) ricordando che: «il Carpenero che attraversa luoghi denominati Falconetta, Casadalto, Freisa è creduto il più ricco torrente aurifero, della valle.
Nei fianchi della Freisa si esperimentavano alcuni dei suddetti filoni e negli anni 1842/45 una società di Genova tentava nuove escavazioni, ma il risultato ne fu misero onde che il Governo fece cessare i lavori che alcuni dissero poco proficui perché mal diretti».
Sul clima il Casalis informa dell'alta nevosità del luogo, dell'estate fresca, della nebbia autunnale del molesto vento di mare. «Nel 1798 un turbine straordinario, da cui si sviluppava grande elettricismo a guizzi di fiamma continua, rovesciò molti alberi del luogo che chiamasi Morbetto. La grandine flagella raramente questo Comune, molto dannose e frequenti vi sono le scariche elettri.che specialmente nel piano della Badia».
Sentite cosa dice sugli abitanti del luogo «La popolazione di Tiglieto va diminuendo da parecchi anni, ora conta di centottanta famiglie che formano milleventinove individui. In generale sia gli uomini che le donne sono di belle forme; e se non hanno tratti gentili, mostrano peraltro per la più parte, lineamenti regolari, carnagione bianca, statura bene sviluppata e robusta». Notiamo nelle suddette frasi che già un secolo e mezzo fa la popolazione del luogo andava diminuendo immaginiamo per la già presente difficoltà ad avere sul posto un'occupazione lavorativa stabile e sicura.
Sul lavoro infatti ci informa: «Nella stagione invernale quasi tutti gli uomini atti al lavoro e non poche donne emigrano: i primi si occupano come segatori, carpentieri, ecc. Le seconde vanno a lavorare a giornata in Riviera nel raccolto degli ulivi e vengono anche in Piemonte, ali'epoca delle messi».
Ed infine, severo, rileva: «Ogni altra industria può considerarsi priva di rilievo. La pastorizia vi è pure in condizione meschina e non si contano nel comune più di cinquanta bestie bovine e forse un migliaio di lanute. Le capre con ottimo provvedimento ne sono da parecchio bandite».
Per ultima viene la produzione del suole descritta con precisione in quantità e guadagni: «I boschi benché diradati, danno ancora annualmente 350 mila Kg. di carbone ; provvedono ai paesi della provincia di Acqui ed al litorale legname da viti e da costruzione per lire seimila.
La ricolta principale vi è quella delle patate, che si computa a poco meno di ottantamila Kg. all'anno e nascono di ottime qualità. Anticamente era assai ricco il prodotto delle castagne, oggi diminuito perché deteriorati sono i castagneti e perché la distribuzione dei boschi nelle parti elevate dei monti gli espone troppo alla videnza dei monti.
Il raccolto del grano è di ettolitri cinquecento ed occupa d'ordinario il terreno che l'anno precedente era seminato a patate».
Sulla religione ricorda che «II luogo appartenne sempre alla diocesi di Acqui, che nel 1630 il Marchese Pinelli, enfiteuta del patrimonio dell'abazia ottenne dal vescovo di Acqui, che la chiesa abaziale fosse eretta a parrocchia il che venne eseguito il 19 Settembre 1635. Ma poco dopo, ad istanza del Cardinale Raggi; l'enfiteusi del Pinelli venne dichiarata nulla ed il Papa la rinnovava a favore del Marchese Giambattista Raggi fratello del cardinale. Fu dal giugno 1675 che il Rev. Don Agostino Marchiello cominciò a tenervi libri e registri parrocchiali».
A questo punto l'autore si inoltra nella descrizione dello stato dell'abazia in quel periodo cioè, ripetiamo, circa un secolo e mezzo fa. Ricorda che fu il Marchese Raggi a riedificarla circa a metà del XVII secolo; suo figlio Giovanni Antonio la abbellì di un ricco altare principale mentre uno degli altari laterali è dedicato a S. Bernardo.
Sotto il palazzo dei Marchesi vi è l'oratorio della confraternita di S. Bernardo. Oltre a quest'ultima, anticamente, vi era la confraternità del S.S. Sacramento.
Intorno al 1770 fu mutato l'interno della chiesa portando coro e altare dove prima c'era la porta; è questo la conseguenza dell'uccisione del parroco mentre celebrava la messa.
Detto che la porta è a levante non lontano da quella del palazzo che allora serbava avanzi di quella antichissima del monastero, egli termina accennando ai mausolei all'interno della chiesa e a quello che allora era sul piazzale della chiesa -eretto dal marchese Isuardi figlio Tommaso Malaspina nel 1831. Tommaso era nipote di Federico che sposò Agnese figlia unica del marchese del Bosco diventando cosi, tra l'altro, signore della Val d'Orba.
 

 
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